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Non avevo molta esperienza in fatto di uomini, e certo non mi era mai capitato di gettarmi nel letto di uno sconosciuto poche ore dopo averlo conosciuto. Ma tutto ciò che riguardava Claudio era diverso e speciale.
Non so dire il momento esatto in cui mi innamorai di Claudio, so che quando mi svegliai, la domenica mattina seguente, tra le sue lenzuola, accanto a lui, dopo aver passato la notte a fare l’amore con lui, sapevo che non ci saremmo mai lasciati. Che saremmo rimasti insieme per il resto della vita. Tutto il tempo che la vita ci avrebbe concesso di vivere, lo avremmo passato fianco a fianco.
- Sei bella, - mi disse quando un raggio di sole mi illuminò il viso assonnato.
- Non è vero, - risposi intimorita, un po’ spaventata dalla profondità dell’emozione che provavo.
- Sì, sei bella e io ti amo.
Avrei voluto dire qualcosa, ma ero troppo commossa per riuscire a parlare. Claudio mi sorrise e la sua bocca si abbassò nuovamente sulla mia in un bacio dolcissimo che si trasformò lentamente in appassionato. Sentii nuovamente la sua eccitazione farsi viva e forte, e lo strinsi a me per fargli capire che ero pronta a seguirlo di nuovo verso una nuova meta di piacere.
Tirò indietro le coperte sotto le quali eravamo abbracciati, si scostò leggermente di lato e scoprì il mio corpo nudo. Non mi sono mai considerata particolarmente bella, ma sotto i suoi occhi mi sentivo splendida, desiderata, apprezzata, amata, più di un principessa, più di una Venere.
Le sue mani mi accarezzavano senza fretta insieme al suo sguardo. Entrambi lottavamo tra il bisogno di divorarci senza ritegno come bambini golosi e il desiderio di esplorarci lentamente per godere di ogni singola curva dei nostri corpi e di ogni centimetro della nostra pelle.
Claudio giocherellava con il mio seno mentre il calore che si stava diffondendo nel mio stomaco e tra le mie gambe si faceva sempre più insostenibile. La dolce agonia dell’attesa era una tortura deliziosa, quasi insopportabile ma squisita, il pensiero che da lì a poco l’avrei accolto nuovamente in me mi faceva rabbrividire e allo stesso tempo mi elettrizzava. Allungai una mano e lo toccai, poi scesi con il viso verso il suo grembo, come se fosse la cosa più naturale del mondo, eppure era un gesto che non avevo mai fatto, prima. Ma tutto, con Claudio, era nuovo e allo stesso tempo antico, eterno, semplice, spontaneo. Le sue dita tra i miei capelli e i suoi gemiti che mi arrivavano ovattati parlavano di piacere fisico ma anche di amore profondo e reale, non c’era nulla di imbarazzante o di forzato, solo il desiderio irrefrenabile di dimostrare fisicamente ciò che le parole non erano sufficienti a comunicare.
- Oh, Nicoletta... - riuscì solo a mormorare Claudio prima di esplodere in me. Lo accolsi con gioia e con stupore, poi lo tenni fra le braccia finché i tremiti che gli attraversavano il corpo non si furono placati.
- Dov’eri, finora? - Mi chiese stremato.
- Ti stavo aspettando, - risposi sottovoce. - E tu, perché non sei arrivato prima?
- Volevo darti modo di sentire la mia mancanza, così sono sicuro che ora non mi lasci più.
Passò qualche secondo, poi entrambi scoppiammo a ridere per la tenera insensatezza delle nostre parole.
Nemmeno due mesi dopo, il venti giugno, l’ultimo giorno di primavera, ci sposavamo. I nostri genitori e tutti i nostri amici erano stati colti di sorpresa, ma noi eravamo ben sicuri di quello che facevamo. Noi sapevamo, non chiedetemi come, che eravamo nati per stare insieme, per dividere i giorni e le notti, per percorrere fianco a fianco un pezzo di quella strada verso l’infinito che solitamente chiamiamo vita.
La nostra è stata una storia bellissima. Tutte le cose che fino a quel momento avevamo fatto da soli, le rifacemmo insieme con un gusto nuovo. La cosa che ci univa di più era naturalmente la passione per la moto, ma dividevamo anche tutto il resto, dalle risate ai malumori, dal fare la spesa al leggere insieme un libro sul divano, gambe e braccia intrecciati.
Era la mia anima gemella, il mio compagno, il mio amico, il mio amante. Appena potevamo, caricavamo i sacchi a pelo sul portapacchi delle moto e partivamo, per lunghi, interminabili viaggi, attraversando posti incantevoli, andando incontro con lo stesso spirito di condivisa libertà ai più splendidi tramonti come ai più burrascosi temporali.
Fu in maggio di un anno fa che decidemmo di andare ad Amalfi.
In effetti, era stato bello sposarsi così in fretta e cominciare subito a vivere insieme, ma così facendo non avevamo avuto nemmeno il tempo di concederci la classica luna di miele, entrambi avevamo chiesto solo un paio di giorni di permesso al lavoro per poi riprendere subito dopo la normale attività. La costiera amalfitana ci era sempre apparsa come il posto ideale per il viaggio di nozze, ma per un motivo o per l’altro avevamo nel corso degli anni continuato a rimandare preferendole di volta in volta altre mete.
Fu una trasmissione televisiva sulle bellezze geografiche dell’Italia che ci fece scattare il desiderio di andare là. O forse fu soltanto il destino, era giunto il momento in cui era stato scritto che dovessimo finalmente fare quel viaggio e verso quella destinazione.
Ricordo come se fosse ieri la sera precedente la partenza. Le previsioni del tempo erano ottime (per un motociclista, il Meteo è una sorta di Bibbia!), la voglia di viaggiare tantissima, lo spirito alle stelle. Andammo a letto presto, avevamo progettato di svegliarci poco dopo l’alba, ma con Claudio era difficile addormentarsi appena entrati sotto le coperte.
Sì, perché mio marito, oltre a essere un uomo eccezionale sotto ogni aspetto, era anche l’uomo più eccitante che io avessi mai conosciuto. Era praticamente impossibile scambiarsi qualche bacio senza che, da innocenti, le nostre carezze non si facessero più erotiche, fino a trasformarsi nel vero e proprio bisogno di fare l’amore. E così accadde anche quella sera. Ma quella volta fu di più, molto di più. Fu come se avessimo raggiunto un punto di unione così intenso e di comunione così totale, oltre il quale non si sarebbe mai potuti andare, in questa vita.
Claudio conosceva la mia mente e il mio corpo talmente bene da sapere come portarmi fino in alto e poi farmi superare il limite del dolce, del ghiaccio, del brivido, dell’urlo, e rispondevo alle sue lusinghe accantonando ogni pudore, perché tra noi non c’erano né segreti né barriere: ciò che era importante per ognuno era leggere la gioia suprema negli occhi dell’altro, era donare la felicità più intensa come simbolo di un amore senza confini, e per questo ogni tipo di carezza, di bacio, di fantasia, di desiderio, erano ammesse e ben accolte.
Quando quella sera Claudio entrò in me, l’onda di piacere che mi invase fu più simile al diluvio universale che a una semplice mareggiata. Non stava solo penetrando il mio corpo, ma la mia anima, la mia mente, il mio cuore. Il mio intero essere gli apparteneva, e ancora di più, gli apparteneva la mia vita. Non sarei esistita senza di lui, senza sapere che ero sua, che lui era mio, che eravamo legati per sempre, indissolubilmente, senza averlo scelto, ma perché qualcuno o qualcosa più forte e potente di noi aveva stabilito che fosse così. Eravamo uniti, come il fiume che sfocia nel mare e che non ha altra scelta se non quella di riversarsi nelle acque che lo dissolveranno e gli daranno nuova vita. E così mi sentii quella sera: un mare che riceveva l’amore di Claudio per trasformarlo e mai disperderlo, ma dargli nuova immagine e una nuova esistenza.
- Secondo te, - mi chiese Claudio più tardi, al buio, dopo aver fatto l’amore, - tutte le coppie dopo tanti anni sono ancora innamorate come noi?
- Non lo so, ma non tutte le donne sono fortunate come me.
- Perché? - Mi domandò stringendomi forte. Sapeva benissimo la risposta che stavo per dargli, ma ormai era diventato tra noi un gioco, far finta di non saperlo.
- Perché le altre donne non sono sposate con te, - risposi ridacchiando allegramente, - e per fortuna, perché sai che sono gelosa!
Claudio mi baciò sui capelli e ci addormentammo insieme.
E così, la mattina dopo partimmo. Era domenica, una giornata di sole, calda. L’aria era una tiepida lusinga, annunciatrice di un’estate serena e chiara.
Claudio era sceso prima di me, io mi ero attardata con gli ultimi bagagli. Improvvisamente, una folata di vento freddo entrò dalla finestra socchiusa e mi giunse alle spalle, sfiorandomi le braccia nude. Mi voltai, sorpresa e spaventata, come richiamata da quella gelida carezza. Come se quel vento portasse con sé un triste presagio. Come se qualcosa, qualcuno, volesse mettermi in guardia. Contro che cosa?
Ma immediatamente risi di me stessa e di quegli sciocchi pensieri lugubri. Che strani scherzi, gioca a volte l’immaginazione...
Raggiunsi Claudio in strada. Lo guardai, mentre caricava le moto. Dio, com’era bello, ai miei occhi. E quanto lo amavo.
Si accorse che lo stavo fissando, perché si girò e mi sorrise.
- Che c’è? - Mi chiese con la solita aria allegra.
- Niente, ti stavo guardando... Dopo tutti questi anni insieme, mi piaci ancora come la prima volta, lo sai? Ogni volta che ti guardo, riprovo la stessa emozione, lo stesso tuffo al cuore di quel giorno per strada...
Claudio rise. - Già, bella emozione... Pensavi che fossi un ladro!
Mi avvicinai e gli cinsi il collo con le spalle. - Ti amo, Claudio.
Lui mi scrutò attentamente. - Nicoletta, c’è qualcosa che non va? Hai un’aria... strana... Non ti va di partire? Sei stanca?
- No, - risposi serenamente, scuotendo il capo. - No, va tutto bene. Volevo solo che tu sapessi che ti amo. Ti ho amato sin dal primo momento, e ti amerò per tutta la vita. Anche dopo che non ci sarò più, so che ti amerò lo stesso, - continuai senza sapere perché gli stavo dicendo quelle parole.
- Che discorsi sciocchi, - mi rispose stringendomi forte. - Perché non dovresti esserci più? Cos’è, hai deciso di lasciarmi? Ti sei innamorata di un altro? - Scherzò cercando di scacciare quella strana tensione che percepiva in me.
- No, - scossi di nuovo il capo. - Non ti lascerò mai. Mai. Io sarò sempre con te. Di questo sono sicura.
Lo baciai, premendo le mie labbra contro le sue.
Ricordo ancora il sapore di quel bacio. E’ buffo, avrò baciato Claudio un milione di volte, ma ancora oggi sono sicura che quel bacio avesse un sapore più intenso. Salato, come una lacrima. Dolce, come un addio.
Avevamo da poco lasciato Roma alle nostre spalle. Il sole era allo zenit, ma, anche sotto il casco e la tuta di pelle, non faceva caldo, l’aria tiepida che mi veniva incontro era piacevole. D’un tratto, sentii la stessa inspiegabile ventata fredda di poche ore prima. Rabbrividii sotto i vestiti. Guardai in alto. Non c’era una sola nuvola. Guardai nello specchietto retrovisore, la Ducati gialla di Claudio mi seguiva a poche decine di metri, come sempre. Gli sorrisi, anche se sapevo che non poteva vedere il mio viso. Poi tornai a guardare avanti. L’asfalto era un silenzioso serpente grigio in mezzo a una distesa di verde; liscio, diritto. Non c’era molto traffico.
Un cartello, bene in vista, segnalava un dosso a poche centinaia di metri. Mi spostai automaticamente il più possibile sulla destra. Non si sa mai, qualcuno di imprudente circola sempre, soprattutto nei giorni festivi.
Il freddo sul mio corpo si fece più intenso. Il sole era sempre più caldo. Un brivido gelato mi percorse.
Il camion mi apparve di fronte all’improvviso, proprio sulla cima del dosso, immenso, inevitabile, completamente spostato sulla mia corsia di marcia. Lo stridio dei miei freni, o forse di quelli del camion, fu l’ultimo rumore che mi ricordo di aver udito. Claudio fu l’ultimo dei pensieri che mi ricordo di avere avuto.
Non ho memoria dell’impatto, né del rumore dello schianto. Immagino che la mia moto sia volata via, spinta lontano dalla massa di plastica e lamiera del muso del camion. E così il mio corpo, scaraventato in aria come un burattino, come una bambola di stoffa usata e gettata via con noncuranza. Devo essere svenuta ricadendo oltre il ciglio della strada, a parecchi metri di distanza. O forse ho perso conoscenza ancora prima, non mi è dato di ricordarlo.
Ma quello che ricordo perfettamente è di essermi svegliata e di aver avuto la sensazione di essere su un prato. Il terreno sotto di me era morbido, pur attraverso la tuta di pelle percepivo la tenerezza dell’erba, o forse delle zolle di un campo appena arato. Ero riversa con la schiena verso terra e le braccia distese allargate intorno a me, in una posizione rilassata, come quando al mare mi sdraiavo sul telo di spugna dopo essere uscita dall’acqua del mare per riposarmi e abbronzarmi.
C’era qualcosa che bussava insistentemente, con agitazione contro la visiera del mio casco ancora chiuso. Mi sforzai di concentrarmi su quel rumore, probabilmente erano le nocche di una mano, dunque non ero davvero al mare distesa sulla spiaggia. Poi udii la voce di Claudio che gridava il mio nome. Ma le parole mi giungevano ovattate, come da una distanza infinita.
Lentamente mi resi conto di essere ancora viva e di essere sveglia, non stavo sognando. Sì, dovevo essere viva per forza, perché riconoscevo la voce di Claudio, perché sapevo chi ero, dove mi trovavo e anche che cosa era successo, pressappoco.
Con uno sforzo immane cercai di aprire gli occhi, di sollevare la mano per fargli il segnale del “pollice alzato”, che tra noi voleva dire “tutto bene”.
Non riuscii a muovermi. Non potevo sollevare le palpebre.
Non potevo alzare la mano.
Non potevo rispondere al mio amore che mi chiamava, che ora stava piangendo, non potevo rassicurarlo e dirgli che ero viva.
Non potevo neppure piangere.
Ero completamente bloccata, immobilizzata, imprigionata nel mio stesso corpo. La mia mente correva, elaborava pensieri, gridava che ero viva. Ma io non potevo gridare. Non c’era niente che potessi fare, nessun modo per comunicare fisicamente che il mio cervello era ancora vivo.
Perché il mio corpo era come morto.
CONTINUA...
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