La Selezione di Caldaia Sicura
Puntata in corso
Monica
Puntata N. 1
Puntata N. 2
Orgoglio
Puntata N. 1
Puntata N. 2
Puntata N. 3
Puntata N. 4
Oltre l amore
Puntata N. 1
Puntata N. 2
Puntata N. 3
Puntata N. 4
Puntata N. 5
Il mio destino
Puntata N. 1
Puntata N. 2
Oltre l amore
       Puntata numero 1

PARTE PRIMA - racconta Nicoletta

Non mi ricordo esattamente che anno era quando sentii per la prima volta quella canzone, ma sicuramente dovevo essere piccola, ancora una bambina. Lucio Battisti cantava con voce straziata un blues appassionato, ma quello che mi colpì furono le parole. “Motocicletta... dieci acca pi... tutta cromata...”.
In seguito scoprii che, in effetti, dieci “acca pi”, dieci cavalli, erano per il motore di una motocicletta che si rispetti una potenza irrisoria e che le cromature sono caratteristiche solo di un certo tipo di moto da turismo tipicamente americane, di quelle che si vedono più nei film che per strada. Ma allora mi immaginavo quella “motocicletta”, e fantasticavo.
Fu mio zio Stefano, il fratello maggiore della mia mamma, a portare definitivamente alla superficie cosciente la mia passione. Non scorderò mai quel giorno.
Era un sabato pomeriggio di fine maggio, l’aria era tersa e tiepida, l’estate non era ancora scoppiata, ma il sole era caldo e colorava le case e le strade con la sua luce dorata, facendole apparire nuove, luminose, allegre. Non c’era molta gente in giro, e anche il traffico era poco intenso. Così, mentre lo zio Stefano raggiungeva casa nostra, si sentiva chiaramente il rombo della sua moto che si avvicinava. Corsi alla finestra della mia cameretta, al primo piano, e potei vedere l’agile libellula, che non era cromata come quella della canzone ma rossa, e lo zio a cavalcioni su di essa, con gli occhiali scuri e i capelli scompigliati dal vento (allora non era ancora obbligatorio il casco), che si fondevano in un’unica immagine. Come stavano bene, insieme. E che aria soddisfatta aveva, lo zio Stefano, come se dall’alto delle sue due ruote potesse dominare il mondo o, perlomeno, passare attraverso di esso senza lasciarsi toccare dalle cose brutte, ma solo osservandone e godendone gli aspetti migliori.
Gridai velocemente alla mamma che scendevo e in un attimo fui in strada. Lui mi salutò con un sorriso. Forse colse la mia espressione estasiata, forse semplicemente ancora non aveva voglia di scendere dalla sua “metà”, fatto sta che mi domandò se mi andava di fare un giro dietro a lui, sulla sua fiammante moto. Guardai la mamma affacciata alla finestra con occhi e bocca spalancata, con espressione talmente ansiosa che lei sorrise e mi diede il permesso di buon grado. Salii aiutata dallo zio sul sellino posteriore, gli cinsi con le braccia la vita e intrecciai le mie manine sul suo stomaco muscoloso e forte.
Lo zio partì piano, con agilità e sicurezza. Guidò per alcuni minuti in direzione della periferia. Dopo qualche chilometro, mi toccò le mani con la sua e mi disse:
- Tienti stretta.
Poi girò la mano destra sulla manopola del gas e la moto accelerò con un rumore potente e intenso. Durante la prima curva, quando la moto cominciò a inclinarsi di lato, ebbi paura. Ma poi tornò dritta e il motore riprese a tuonare col suo scoppiettio pieno e profondo e riprese velocità, sempre di più, sempre di più. Il vento caldo mi soffiava intorno come una risata allegra. Pura estasi. L’adrenalina cominciava per la prima volta a scorrere nel mio piccolo corpicino che fino a quel momento non aveva conosciuto altre emozioni che la gioia di una bambola nuova o di una festa a sorpresa di compleanno. Sentii che era pericoloso. Che era rischioso. Che era entusiasmante. Che era difficile. Una sfida senza un attimo di tregua, quindi una soddisfazione senza limiti. Sentivo che stavamo dominando la natura, la strada, il mondo intero. “Ecco”, mi dissi. “Ecco che cosa voglio fare da grande. Voglio guidare una moto”.
E così fu. Quando le altre adolescenti smaniavano per le scarpe col tacco alto, io sognavo di cavalcare una moto e di pennellare l’asfalto con le mie due ruote.
Appena compiuti i diciotto anni presi la patente. Cercavo di farmi amici tutti i ragazzi della scuola e del quartiere che avevano già la moto, e con loro imparai a guidarla. Fremevo, all’idea che prima o poi ne avrei posseduta una mia, e intanto passavo il tempo, finiti la scuola, i compiti e i piccoli lavori domestici che aiutavo la mamma a svolgere, a scorrazzare felice sul sellino posteriore abbracciata a robusti giovanotti ai quali non pareva vero che ci fosse una ragazza che non si lamentava che le si spettinavano i capelli o le si stropicciava la gonna.
Il 26 aprile del 1975 era il giorno del mio ventesimo compleanno. Era una bella giornata, con una leggera brezza poco fastidiosa che aveva spazzato via le nubi dal cielo. Tornando a casa dall’ufficio in cui lavoravo ormai da quasi un anno, ero indecisa tra l’essere allegra perché sicuramente i miei genitori mi avrebbero fatto trovare un bel regalo e perché la domenica seguente il mio amico Paolo mi aveva promesso di portarmi fino al lago in moto, oppure depressa perché ancora non ero riuscita a mettere via abbastanza soldi per potermene comprare una mia, da guidare da sola, in piena libertà. Sì, perché il patto, con i miei genitori, era stato quello sin dall’inizio: loro mi davano il permesso di comprare la moto, ma la nostra famiglia non era così agiata da poter spendere tanti soldi per due ruote. Quindi, l’avrei avuta solo nel momento in cui avrei potuto permettermela. Stavo cominciando a pensare che forse l’avevano detto perché sapevano che non ce l’avrei fatta così facilmente, e così scampavano il “pericolo” facendo ugualmente la figura dei genitori moderni, che non obiettano che la loro unica figlia abbia una passione così poco femminile e così inconsueta.
Arrivata davanti al portone di casa, lo trovai stranamente chiuso. Per un attimo temetti che fosse successo qualcosa, di solito i portoni si tengono chiusi per un lutto, ma non c’era alcun cartello, alcun drappo funebre. Suonai il citofono, perché non avevo le chiavi con me. Passarono almeno un paio di minuti prima che qualcuno aprisse, e senza neppure chiedere chi fosse. Ebbi una strana sensazione. Prima di entrare nel portone, guardai in alto, verso la finestra, e mi sembrò di cogliere un movimento dietro la tenda, come se qualcuno mi stesse spiando. Dalla mia stessa casa? Boh, mi dissi, abbassandomi e oltrepassando la porticina che si apriva sull’androne.
Mi sentii mancare il respiro.
In mezzo al passaggio, cinta da metri di nastro rosso che terminava in un enorme fiocco, c’era una moto. Rossa, come quello dello zio Stefano. Nuova, con i cerchi delle ruote lucenti e le chiavi infilate nel quadro di accensione. Il cupolino scintillava sotto la luce al neon dell’ingresso. Non era possibile. Quello era un sogno, un sogno che diventava realtà...
Così cominciò la mia carriera da motociclista.
Guardandomi ora indietro, devo ammettere che sono stata fortunata, che ho vissuto una vita piena e soddisfacente. Non a tutte le persone è dato di realizzare tutti i propri sogni, anzi, alcune non ne realizzano nemmeno una piccola parte, mentre io ho avuto tanto, tutto dalla vita. Una famiglia che mi ha voluto bene, una passione che mi ha fatto sognare, e poi anche l’amore. Un amore travolgente, splendido, assoluto. Improvviso come un temporale di agosto, fragrante come il pane appena cotto, eccitante come acqua di mare sulla pelle abbronzata, intenso come il rosso di un tramonto, unico come lo sono tutti gli amori.
Ovviamente, Claudio era un motociclista. Fu per questo, che lo conobbi. Anzi, per la verità, notai prima la sua moto, di lui.
Stavo tornando a casa un sabato pomeriggio di primavera. Che buffo, mi viene da pensare: tutti gli eventi significativi della mia vita si sono svolti in primavera. Sia quelli belli che quelli meno belli. Ma questa è un’altra storia...
Sul ciglio della strada, era ferma una fantastica Ducati gialla. Con la coda dell’occhio, colsi il movimento di una persona, vestita di nero, che, inginocchiata, armeggiava intorno alla ruota posteriore con aria circospetta. Come se stesse tentando di tranciare un antifurto, pensai... Frenai, feci un’inversione di marcia e tornai indietro. Mi venne in mente il povero proprietario di quella moto da sogno che scende da casa e non la trova più, e pensai che a me avrebbe fatto piacere, se qualcuno avesse tentato di impedire che un ladro rubasse la mia moto.
- Ehi, tu! - Gridai avvicinandomi, ma senza scendere dalla moto e senza spegnere il motore. Non si sa mai... - Che cosa stai facendo?
Lo sconosciuto si alzò e mi guardò con aria tra il sorpreso e il seccato, senza rispondermi.
Ci fu un lunghissimo istante in cui i nostri occhi si incrociarono per la prima volta. Io, sulla mia Honda rossa, le mani sul manubrio, la visiera del casco sollevata. Lui, in piedi nella sua tuta di pelle nera, le mani sporche di grasso, gli occhi grigi fiammeggianti. Provai una strana sensazione. Come un tuffo al cuore. Una leggera paura. Un brivido di eccitazione. Un’impressione di déjà vu.
- E’ tua quella moto? - Incalzai con fare inquisitorio, scuotendomi.
- No, è di mia nonna che è andata a farsi una corsa a piedi e me l’ha lasciata in custodia.
- Non fare lo spiritoso... che cosa stai facendo?
Lo sconosciuto mi guardò con aria divertita. - Ma tu chi sei, un angelo della strada? O ce l’hai come abitudine, di farti i fatti degli altri?
Guardai il quadro di accensione. C’erano le chiavi infilate. Era alquanto improbabile, che fosse un ladro. E in effetti, non aveva l’aria furtiva. Mi sentii improvvisamente molto, molto stupida. Tentai di rimediare, mentre sentivo che mi si stavano imporporando le guance, da sotto il casco. Stavo proprio facendo la figura della sciocca.
- No, ecco, io... pensavo che magari avevi bisogno una mano...
Lo sconosciuto mi fissò ancora per un istante, poi gettò la testa all’indietro e scoppiò in una sonora risata, rivelando una fila di denti candidi e perfetti, tra le labbra morbide e rosse come ciliege mature.
- Certo che hai un bel modo di trattare la gente, tu... Prima la maltratti, poi le offri aiuto!
Fui tentata di andarmene. Poi ci ripensai, c’era qualcosa in tutta quella scena che mi sembrava familiare. Non so definirlo, era come se l’avessi già vissuta. Come se fossi obbligata a rimanere da qualche forza invisibile. Come se fosse stato il destino a farmi arrivare fino a lì, e contro il proprio destino non si può andare.
Spensi il motore, abbassai il cavalletto, tolsi il casco e scesi dalla moto. Mi avvicinai alla Ducati. Caspita, era proprio bella. Era l’ultimo modello, il Pantah, quello da corsa, faceva più di centonovanta all’ora...
- Posso esserti d’aiuto? - Lo sconosciuto domandò con aria ironica, interrompendo i miei pensieri.
- Senti, ma tu sei sempre così affabile? - Gli domandai per tutta risposta. - Ti ho visto in difficoltà e mi sono fermata per vedere se potevo esserti utile. Non lo sai, che si usa, tra motociclisti?
Di nuovo lo sconosciuto mi fissò senza parlare. E di nuovo sentii un tremito, mentre i suoi occhi attraversavano i miei. Era come se lo conoscessi. Ma no, era la prima volta che lo vedevo. Eppure...
- Mi sono fermato perché fa uno strano rumore. Stavo controllando il motore...
Mentre parlava, mi scrutava. Ricambiai fermamente il suo sguardo, incuriosita, attirata. Poi, di punto in bianco, si presentò, tendendomi la mano.
- Io sono Claudio Masi.
- Piacere, Nicoletta Mori.
Presi la mano che mi stava porgendo. Aveva la pelle calda, soffice. Così diversa da quella che ci si sarebbe aspettata da un “rude motociclista” intento a riparare un motore in avaria sul ciglio della strada.
- Abiti qui vicino?
- Sì, - annuii automaticamente, senza riuscire a staccare gli occhi dai suoi.
Un’ora dopo, eravamo seduti davanti a un bicchiere di birra, a ridere, a parlare di noi. La sera stessa, ero già fra le sue braccia.

CONTINUA...


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