La Selezione di Caldaia Sicura
Puntata in corso
Monica
Puntata N. 1
Puntata N. 2
Orgoglio
Puntata N. 1
Puntata N. 2
Puntata N. 3
Puntata N. 4
Oltre l amore
Puntata N. 1
Puntata N. 2
Puntata N. 3
Puntata N. 4
Puntata N. 5
Il mio destino
Puntata N. 1
Puntata N. 2
Orgoglio
       Puntata numero 4

Mi attaccai al telefono e pregai la centralinista della Sip di controllare tutte le Arianna Monti di ogni paesino della provincia di Milano, e dopo più di mezz’ora e non so quanti scatti telefonici, mi rispose esausta che non ne esisteva nessuna.
L’unica cosa che sapevo era il nome della sua amica, Lella. Non sapevo neppure come si chiamasse di cognome, però.
Provai con il direttore del collegio. Fu molto comprensivo, e anche se quella avrebbe dovuto essere una notizia riservata, mi disse che l’indirizzo al quale l’avevano contattata dopo aver valutato la sua proposta giunta per fax, era quello di una certa Raffaella Mancini, a San Donato Milanese. Mi scrisse l’indirizzo su di un foglio e mi guardò con commiserazione, porgendomelo.
Telefonai di nuovo alla Sip. Maledizione, non c’era nessun numero in elenco che corrispondesse a quell’indirizzo.
Passata una settimana dalla scomparsa di Arianna, scrissi la prima lettera d’amore della mia vita a una donna, e la spedii ad Arianna, all’indirizzo di Lella. Non ci misi solo tutto il mio amore, ma il mio pentimento, ogni grammo del mio cuore, ogni goccia del mio sangue.
Non sapevo se l’avrebbe ricevuta o meno, così acclusi anche un biglietto personale per Lella, con il mio recapito telefonico e postale, nel caso Arianna non si fosse trovata da lei, scrivendole anche il numero del mio telefono cellulare, in modo di poter essere rintracciato in ogni momento, per ogni evenienza.
Dieci giorni dopo ricevetti una busta. La aprii con il cuore in gola. Dalla parte del mittente, sulla busta, c’erano le iniziali di Raffaella Mancini. E difatti era lei che mi scriveva, non Arianna. La lettera diceva:
Caro Emilio,
ho giurato ad Arianna che non avrei mai avuto alcun contatto con te, ma mi sento in dovere, prima di assolvere questa mia promessa, di informarti che Arianna sta bene. E’ in ottima salute, anche se naturalmente non posso rivelarti, sempre dietro sua assoluta proibizione, dove si trova. Ma almeno puoi stare tranquillo, non le è successo nulla di grave, è viva, sta bene.
Mi ha raccontato tutto, spero che questo non ti metta in imbarazzo. Ma voglio anche che tu sappia che io non sono d’accordo con la sua decisione di sparire dalla tua vita, e che glielo ho detto. Ma lei non la pensa come me, non ha preso neppure in considerazione l’ipotesi di poterti perdonare. Preferisce rinunciare a te, al vostro futuro, a tutto ciò che ti riguarda, piuttosto che accettare le tue scuse.
Non le ho detto della tua lettera, perché mi ha fatto giurare che, anche se avessi ricevuto tue notizie, non avrei mai dovuto informarla.
Anche se immagino che non ti sarà di grande consolazione, sappi che io sono dalla tua parte, anche se rispetto e continuerò per sempre a rispettare la volontà di Arianna. Sono convinta della tua onestà, conosco il mondo e voglio veramente credere, come tu hai scritto nella tua lettera, che quella scena che Arianna mi ha tanto minuziosamente descritto sia stata dettata solo da un momento di sbandamento, non dalla mancanza di affetto e di amore per la “nostra” Arianna.
Ti auguro ogni felicità, anche se in questo momento ti potrà sembrare a sproposito. Ma il tempo guarisce tutto, e spero che tu possa rifarti una vita ed essere felice.
Con affetto,
Lella.
Non mi diedi per vinto. Nella lettera, non mi scriveva il numero di telefono. Pazienza, pensai. La domenica seguente mi misi in viaggio di mattina presto in direzione di San Donato Milanese, verso casa di Lella.
Il citofono era pieno di numeri. Accidenti, ma la gente aveva perso la sana abitudine di fidarsi? Cosa faceva questa Lella, l’agente segreto? Telefono riservato, niente cognome sul citofono...
Sospirai, non mi sarei certo perso d’animo.
Cominciai con il primo numero in alto a sinistra.
Nessuna risposta.
Il secondo.
- Chi è?
- Lella, scendi, devo parlarti.
- No, guardi che ha sbagliato...
Continuai con questo metodo per un’altra dozzina di numeri. Finalmente suonai quello giusto.
- Lella, scendi, devo parlarti.
- Ma chi sei?
- Lella, sei tu? - Chiesi con tono ingenuo.
- Sì, ma chi sei tu?
- Sono Emilio, per favore, devo parlarti. Mi fai salire? Oppure scendi tu?
Una pausa.
- Un attimo, scendo.
Ma anche quel viaggio non portò a nulla. Lella si dimostrò comprensiva, ma fu irremovibile. Mi disse che per il bene di tutti, e puntualizzò quel tutti, come se intendesse riferirsi a qualcuno di cui nessuno dei due parlava, ma entrambi sapevamo chi era, era meglio che rispettassi la volontà di Arianna e che smettessi di cercarla, perché lei non aveva intenzione di tornare con me.
Le diedi nuovamente il mio biglietto da visita, e lei sorrise, dicendo che non aveva distrutto la mia lettera, anche se l’aveva nascosta. Ma io insistetti e lei infilò il mio biglietto tra le pagine della sua agendina, poi mi salutò e se ne andò.
Le scrissi altre volte, ma non ebbi mai risposta. Nei mesi che seguirono, passai alternativamente da momenti di dolore quasi insopportabile a impulsi di odio.
A mano a mano che il ricordo di Arianna, del mio amore perduto, si affievoliva, cresceva il risentimento. Provavo un grande senso di ingiustizia. Sì, io avevo sbagliato, ma, come dice la prima legge delle dinamica, “ad ogni azione corrisponde una reazione contraria di direzione e uguale di intensità”. Uguale di intensità. E quello che mi aveva fatto Arianna non era della stessa intensità. Non chiedevo tanto: solo la possibilità di parlarle, di chiederle scusa, di provare di nuovo. Ma lei non aveva mai sbagliato, nella vita? Io sapevo che era una ragazza testarda ed orgogliosa, ma così era troppo...
Ma Arianna sembrava decisa.
Io avevo fatto un errore gravissimo, ma il peccato di Arianna, il peccato di orgoglio, non era meno deprecabile del mio.
Forse fu perché ormai avevo perso ogni speranza che ebbi quella reazione quel giorno, vedendola nel salone di esposizione delle auto. Rimasi così sconvolto che, invece di fare quello che avrei dovuto e voluto, cioè gettarmi ai suoi piedi implorando il suo perdono e gridandole tutto il mio amore, la trattai con tanta freddezza, bruciando l’unica e probabilmente anche l’ultima occasione che la vita mi offriva di riconquistare il mio amore.
Dopo poche, brevissime frasi, la guardai allontanarsi da me, con il cuore straziato, incapace di muovermi.
“Addio, stammi bene”, mi aveva detto. No, non sarei stato bene mai più. “Cosa vuoi?” Le avevo chiesto. “Cosa mi permetti di darti?”, era quello che avrei voluto dire.
Quando dopo un paio di settimane squillò il mio telefono cellulare, risposi distrattamente, credendo che fosse mia madre che mi chiedeva come stavo, dato che erano diversi giorni che non la chiamavo, né che mi facevo vedere, né che tornavo a dormire a casa mia.
Quella sera stessa, dopo aver visto Arianna per l’ultima volta, ero salito in macchina e avevo guidato quasi fino alla sfinimento. Era agosto, la concessionaria avrebbe comunque chiuso per ferie. Mi ero fermato in un piccolo albergo sulla costa adriatica, e lì ero rimasto.
- Bastardo! - Urlò una voce sconosciuta all’altro capo della linea.
Credetti a un errore. Qualche fidanzata maltratta dal fidanzato, pensai con ironia. Ma non ebbi il tempo di dire che aveva sbagliato numero, che la voce proseguì.
- Emilio, sei un bastardo! Spero che tu vada all’inferno, e ci finirai per forza, per tutto il male che hai fatto!
Scattai in piedi come se la sedia sulla quale ero seduto avesse preso improvvisamente fuoco.
- Ma chi parla?
- Sono Lella! Sono all’ospedale. Non so se Arianna ce la farà. Ed è tutta colpa tua. Sì, forse io non avrei dovuto coprirla, ma tu sei il vero colpevole, sei stato tu a spingerla!
Non capivo una sola parola! Ma quello che mi spaventò non fu tanto il volume della voce di Lella, quanto il suo tono.
- Lella, santo cielo, ma che cosa dici? Di che diavolo stai parlando? Ospedale? Arianna è all’ospedale? Ma cosa succede?
- Arianna è all’ospedale, e per fortuna che Emy è in clinica, pensa se l’avesse vista in questo stato, che razza di shock sarebbe stato per lei!
- E chi sarebbe questa Emy? E perché è in clinica? Cosa c’entra con Arianna?
Sentii Lella che tratteneva il fiato. Ci fu una pausa.
Mi sembrava di essere in un incubo.
- Come chi sarebbe Emy? - Mi chiese in un soffio.
-Lella, calmati e raccontami tutto, ma con calma, per favore, perché ti giuro che non capisco niente di quello che stai dicendo,- cercai di razionalizzare. L’unica cosa di cui ero sicuro era che stava succedendo qualcosa di molto grave.
- Emilio, veramente non sai chi è Emy? E non sai perché si trova in clinica?
- No, Lella, per favore, parla!
Un altra breve pausa.
- Stai dicendo sul serio, Emilio?
- Insomma, Lella, vuoi dirmi o no cosa succede?
Un’altra pausa, seguita questa volta da un sospiro.
- Forse è meglio che tu venga qui, Emilio. Credo che ci siano dei fatti di cui devi essere messo al corrente. E Dio voglia che non sia troppo tardi. Ti aspetto al Pronto Soccorso dell’Ospedale di San Donato Milanese.
Non mi ricordo neppure di averla salutata, dopo averle detto di sì. Dieci minuti dopo ero già sull’autostrada in direzione di Milano.
Per fortuna non c’era molto traffico. Certo, a ferragosto, chi è che va verso Milano?
Due ore e mezzo più tardi entravo nel Pronto Soccorso. Lella mi vide e mi venne incontro.
- Ciao Emilio.
- Arianna è qui? Cosa le è successo? Ah, sì, scusa, ciao Lella, - le tesi la mano, scusandomi per non averla salutata. Ma il mio unico pensiero era per Arianna.
- Sì, Arianna è in terapia intensiva. Stanno cercando di fermare l’infezione.
- Che infezione?
Lella mi guardò e non scorderò mai la pietà che lessi in quegli occhi.
- Arianna si è sottoposta a un’operazione in condizioni igieniche disastrose.
- Che operazione? Un aborto? - Fu la prima cosa a cui pensai. Ma che cosa c’entravo io? Certo Lella non poteva pensare che potesse essere mio figlio, dopo tre anni che non la vedevo!
- Arianna si è venduta un rene, avrai sentito parlare del mercato nero degli organi.
La guardai incapace di aprire bocca. Lella continuò.
- Vostra figlia, Emy, ha avuto un incidente, rischiava di rimanere sfigurata e Arianna aveva bisogno di soldi per far sì che potesse ricevere le cure migliori. Per questo era venuta da te due settimane fa. Ma tu non l’hai voluta aiutare, e lei, a mia insaputa, ha venduto un parte del suo corpo pur di aiutare vostra figlia.
La guardai cercando di assorbire le parole che diceva, ma mi risultava difficile. “Vostra” figlia? Arianna aveva una figlia? Io, avevo una figlia?
- Ma... Arianna non mi ha chiesto niente. Non mi ha chiesto soldi, non mi ha detto... - Balbettai, incoerentemente.
- Sì, l’ho capito quando mi hai chiesto chi fosse Emy.
- E cosa è successo alla bambina? Hai parlato di un incidente...
- Ha avuto il volto ustionato. Ma ora sta bene. Proprio stamattina c’era la prima operazione di plastica, ho già chiamato la clinica, è andato tutto bene. Emy sta riposando, è tranquilla.
- Dio mio...
Restammo entrambi in silenzio per qualche istante. Poi, mentre le parole di Lella cominciavano a costruire un quadro sensato, parlai di nuovo.
- Arianna non mi ha chiesto soldi, quando è venuta da me, due settimane fa. Io l’ho trattata freddamente, ero sconvolto, sorpreso, è apparsa così, all’improvviso, dopo quattro anni che non la vedevo... Ma non mi ha nemmeno dato il tempo di riprendermi, se n’è andata subito...
- Lei invece mi ha detto che tu ti eri rifiutata di aiutarla.
- E tu le hai creduto?
- Ma scusa, cos’avrei potuto fare?
- Perché non mi hai scritto che Arianna era incinta, in quella lettera, quattro anni fa?
- Perché credevo che tu lo sapessi. Arianna mi aveva detto di averti detto di essere incinta.
- E tu hai creduto veramente che l’avrei lasciata andare così, se avessi saputo che portava in grembo un figlio mio? - Le chiesi in tono accusatorio. - Come hai potuto!
Lella abbassò gli occhi. Notai che stava lottando contro le lacrime.
- Emilio, in questa storia ognuno ha le proprie colpe. Tu hai sbagliato a tradirla, lei ha sbagliato ad essere così orgogliosa, io a non sforzarmi di andare più a fondo, accettando, forse anche per comodità, le scuse che mi dava, che solo ora mi accorgo erano troppo semplici per essere vere. Ma non serve recriminare. Non serve a niente accusarsi a vicenda. Serve solo cercare di rimediare, di porre fine a questa serie di stupidaggini, di pazzie... - Concluse scuotendo la testa.
Aveva ragione.
- Posso vederla? - Chiesi.
- Credo di no, ma possiamo parlare con il medico. Vieni, ti accompagno.
Il medico mi disse che le condizioni di Arianna erano molto serie, e che non era in grado di dirmi se sarebbe sopravvissuta o meno. Non c’era nulla che io potessi fare, al momento, se non pregare e sperare.
- Lella, voglio vedere Emy. Ti prego, portami da lei.
Lella acconsentì subito. Anzi, mi sorrise, quando mi dimostrai tanto impaziente di conoscere mia figlia. Perché, cosa si aspettava? Mi resi conto che Arianna doveva avermi descritto come un mostro.
Invece ero tutt’altro. Ero solo un uomo che era stato debole, che aveva sbagliato. Ma avrei passato la vita a rimediare al mio errore, che ne aveva provocati altri ben più tragici, e questa volta nessuno avrebbe potuto impedirmelo!
Trovammo Emy che dormiva. Era a letto, il volto coperto di bende, le piccole mani strette intorno al bordo del lenzuolo.
Non riuscii a trattenermi.
Non mi ricordo di aver pianto mai più, dopo quel giorno. Ma in quel momento, con il mio amore che lottava tra la vita e la morte e la mia creatura che aveva un’aria così indifesa, le lacrime cominciarono a scendermi lungo le guance senza che io nemmeno me ne accorgessi.
Arianna si riprese. Ancora a tutt’oggi, e sono passati dieci anni da quel giorno in cui Lella mi telefonò, non abbiamo mai parlato del come e del perché abbiamo fatto arrivare le cose fino a un punto dal quale quasi non avremmo più potuto tornare indietro. Ma quando finalmente fu dichiarata fuori pericolo, e venne trasportata in corsia, e si risvegliò, mi trovò seduto a fianco del suo letto.
Non mi disse nulla. Io allungai una mano e presi la sua. Lei tentò di stringermela, ma era ancora troppo debole. Allora aprì la bocca, ma io le posai un dito sulle labbra ancora pallide.
- Shhh, non dire niente. Non ce n’è bisogno. D’ora in poi penserò io a tutto. Non temere, amore mio.
E lei mi regalò uno sguardo pieno di tenerezza, sollievo, pentimento, felicità.
- Emy sta bene, - continuai, accarezzandole i capelli con delicatezza, - il chirurgo è molto soddisfatto di come stanno andando le cose. E quando avrete riacquistato un po’ di forze, vi porterò con me. E questa volta non ci lasceremo mai più.
Emy riacquistò il suo aspetto. Anche se io non l’avevo vista prima dell’incidente, Arianna mi disse che quasi la differenza non si vedeva.
Ogni tanto le accarezzo le microscopiche cicatrici al bordo del bel visino, e lei mi prende la mano e mi sorride.
Lella continua ad essere la nostra migliore amica, e lei e suo marito, insieme ai loro due bambini, sono spesso nostri ospiti, in Toscana, nella villa in cui viviamo insieme a mia madre.
Emy frequenta il Collegio Femminile di Incisa Valdarno, ma naturalmente abita con noi, frequenta al collegio solo le lezioni mattutine, e tra pochi mesi anche la sua sorellina minore, Elena, che compirà sei anni a settembre, andrà a scuola con lei.
Arianna porta di nuovo al dito l’anello che quella sera rotolò sul pavimento del mio ufficio, e mi ha promesso che non lo toglierà mai più.
Naturalmente, anch’io le ho promesso che non le darò mai più occasione di doverlo togliere....

FINE


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