La Selezione di Caldaia Sicura
Puntata in corso
Monica
Puntata N. 1
Puntata N. 2
Orgoglio
Puntata N. 1
Puntata N. 2
Puntata N. 3
Puntata N. 4
Oltre l amore
Puntata N. 1
Puntata N. 2
Puntata N. 3
Puntata N. 4
Puntata N. 5
Il mio destino
Puntata N. 1
Puntata N. 2
Orgoglio
       Puntata numero 3

Il telefono squillò e contemporaneamente suonò il citofono. Emy, curiosa come sempre, scese di corsa dalla seggiola, ma mise un piede in fallo e cadde distesa per terra, andando a finire con una gambina tra le mie caviglie e facendomi perdere l’equilibrio. Inciampai, portando in un gesto irrazionale le mani in avanti. Vidi come in un film al rallentatore la pentola piena di acqua e riso bollenti cadermi in avanti, e il contenuto inondare in pieno il viso di Emy. Urlammo nello stesso momento. Il citofono suonò di nuovo, il telefono continuava a trillare. Afferrai la bambina urlante e la portai di peso in bagno, aprii il rubinetto della vasca e le feci scorrere l’acqua fresca sul viso. Emy continuava a urlare per il dolore, il bruciore, lo spavento.
Lella apparve sulla soglia del bagno. - Oh, mio Dio...
Non avevo sentito la porta d’ingresso aprirsi. Evidentemente Lella, non avendo avuto risposta al citofono, aveva pensato che non fossimo in casa e aveva aperto con le proprie chiavi. Non mi voltai neppure.
- Chiama un’ambulanza! - Gridai.
Lella sparì di nuovo per fare ritorno quasi subito. Emy non smetteva di strillare. Chiusi l’acqua e cercai di cullarla, impotente.
L’ambulanza arrivò nel giro di pochi minuti. Io e Lella la seguimmo in macchina.
Passò un tempo che mi sembrò interminabile, prima che il medico del Pronto Soccorso ci raggiungesse.
- Chi è la madre? - Chiese.
- Sono io, - mi alzai andandogli incontro.
- La bambina ha subito ustioni di secondo grado. E’ stata molto pronta a sciacquare le bruciatura sotto l’acqua, signora. La bambina ora è tranquilla, le abbiamo dato un calmante. Purtroppo, ancora non sono in grado di dirle se ha subito danni alla vista.
- Ma... la pelle... che ne sarà del suo viso? - Chiesi con un filo di voce.
- E’ troppo presto per qualsiasi diagnosi, signora, - mi rispose il dottore scrollando il capo. - Ma sappia che oggigiorno la chirurgia estetica può fare miracoli.
Emy rimase in ospedale per un mese. Dalla terapia intensiva la trasportarono al centro ustionati, poi in corsia normale. Andai a prenderla una mattina di luglio, in cui splendeva un sole accecante, tanto forte che non era possibile guidare senza occhiali scuri. Un sole che per ora Emy non avrebbe potuto vedere.
Sì, perché ancora mia figlia non aveva ripreso l’uso della vista. Il suo viso delizioso era ridotto a una brutta mascherina contorta. “La chirurgia estetica può fare miracoli”, aveva detto il dottore. Certo, ma per chi ha i mezzi. Mia figlia era stata curata, gratis, dall’ospedale, e ora che secondo loro stava bene, me la restituivano. Oh, certo, l’ospedale pubblico mi avrebbe passato alcuni interventi di chirurgia plastica, ma non subito. E il dottore era stato molto chiaro. “Se interviene subito, ci sono molte probabilità che la bambina riacquisti un aspetto praticamente normale”. E inoltre, per lo stato il paziente era guarito. Certo non avrebbero dato a mia figlia le cure che avrebbe potuto procurarle il denaro. Ma io ero povera, maledizione! Sì, non indigente, riuscivo a sbarcare comodamente il lunario, ma dove avrei trovato le decine di milioni necessari per “ricostruire” letteralmente la mia creatura?
- Devi parlare con Emilio, - mi disse una sera Lella.
La guardai senza rispondere.
- Hai ancora l’anello di fidanzamento? Potresti venderlo.
- No, l’ho gettato per terra nel suo ufficio, quella sera.
- Arianna, non c’è bisogno che lo perdoni. Ma è sua figlia, lui sarà felicissimo di aiutarla.
- Non posso...
- Maledizione, Arianna! Come non puoi? Perché? Per orgoglio? No, non è orgoglio, questa volta, è egoismo!
Abbassai gli occhi, mestamente. Cominciai a pensare che avesse davvero ragione.
- Tu credi che dovrei veramente rivolgermi a lui?
- Sì, e credo che prima lo farai, meglio sarà per tutti.
Quando scesi alla stazione un’ondata di ricordi quasi mi travolse, facendomi vacillare sui miei passi. Ricordai quando quattro anni prima, piena di speranze e di aspettative, ero scesa alla stessa stazione. Com’erano cambiate le cose, da allora. E tutte in peggio...
Sospirai e mi obbligai a proseguire. Uscii dalla piccola stazione e mi avviai verso la “Marchicar”. Chissà, forse quella concessionaria neppure più esisteva... Forse avrei trovato Emilio sposato con la sua segretaria, si meritavano l’un l’altro, in fondo. Non avevo più avuto notizie di lui. Forse lui mi aveva cercata, non lo sapevo, non avevo mai voluto saperlo. E Lella aveva tenuto fede al giuramento, non mi aveva detto niente. Anche se in quel momento, per il bene di Emy, speravo che Emilio avesse ancora dell’affetto per me, che non mi avesse scordata, che non covasse lo stesso rancore che era maturato in me in quei tre anni di separazione.
Ecco, la “Marchicar”; niente sembrava cambiato. Il grande salone era pieno di auto, e alcuni clienti giravano fra le macchine esposte. Entrai e una signora mi avvicinò subito.
- Buongiorno. Posso aiutarla?
- Grazie, io... Io vorrei vedere il signor Emilio Marchi.
Mi guardò con aria tra il sospettoso e l’incuriosito.
- Chi devo dire?
Allora era lì!
- Una vecchia amica. Arianna. Mi chiamo Arianna.
- Vado a vedere se è libero, torno subito, - mi disse lasciandomi di nuova da sola con i miei pensieri.
Ma non ebbi molto tempo per pensare. La figura slanciata di Emilio sbucò quasi immediatamente dalla solita porta, quella del suo ufficio alla destra del salone, quell’ufficio in cui...
- Ciao Arianna.
- Ciao, Emilio.
Pausa. Silenzio.
- Cosa vuoi?
- Ti trovo bene, Emilio...
- Sì, anch’io ti trovo bene. Cosa vuoi? - Tagliò corto ripetendo la domanda con tono ancora più brusco, facendomi sentire così a disagio che provai l’impulso di correre via. Poi pensai a mia figlia.
- Io, ecco, volevo parlarti.
- Dopo tutti questi anni?
- Sì, sono passati tre anni, lo so, ma il fatto è che...
- Perché non hai mai voluto rispondere alle mie lettere? O alle mie telefonate?
Lo guardai senza sapere cosa rispondere.
- Ma chi ti credi di essere, la principessa sul pisello? Ti presenti qui, e vuoi che io faccia finta di niente?
Mi resi conto che il risentimento di Emilio era ancora maggiore del mio. Probabilmente dietro a tutta quella rabbia si celava una grande sofferenza, ma non ebbi la forza di indagare. Il vecchio orgoglio tornò alla superficie annebbiando la mia ragione e irrigidendo il mio corpo. Alzai il mento e lo guardai con occhi freddi.
- Ho sbagliato a venire qui, addio Emilio, stammi bene, - dissi con tono arrogante, mi voltai e me ne andai.
Per un istante sperai che lui mi corresse dietro implorante. Ma ovviamente Emilio si guardò bene dal muoversi. “Chi semina vento raccoglie tempesta”, diceva un vecchio proverbio. Non c’è nulla di più vero, pensai con le lacrime agli occhi.
Non so quando presi quella decisione tremenda. Forse in treno, colta dalla disperazione. O forse tornando in casa, e vedendo la mia piccina così sfigurata. O forse mi spinse un bisogno inconscio di espiazione, il pensiero che sacrificandomi avrei fatto ammenda, avrei rimediato al mio immenso peccato d’orgoglio.
Lella mi attendeva trepidante e preoccupata.
- Allora, com’è andata?
- Avrei fatto meglio a risparmiare i soldi del treno.
- Oh, Arianna, come mi dispiace.
- Sì, anche a me...
- Certo che è veramente ignobile, il comportamento di Emilio. Ma gli hai raccontato esattamente perché avevi bisogno del denaro? D’accordo che non ha mai visto Emy, ma è pur sempre sua figlia.
- Ti prego, Lella, non ne parliamo più. Ricordati che il tuo giuramento è ancora valido. Non voglio più sentire nominare Emilio, e tu non dovrai mai avere niente a che fare con lui.
- Sì, ma è proprio un...
La interruppi prima che potesse insultare Emilio. - Lella, non voglio sentire parlare di lui, per favore! Comunque, - continuai dopo una pausa, - non è tutto perduto.
Lella mi guardò scettica. - Cosa vuoi dire?
- Non chiedermi niente, devi solo fidarti di me. Potresti badare a Emy per qualche giorno? Io devo partire.
- Sì, certo, ma... Dove devi andare?
- Ti prego, non farmi domande, - dissi con un filo di voce.
Non resistevo, ma non avrei potuto farmi vedere piangere da Lella. Trovai una scusa, uscii dalla stanza e mi chiusi in bagno. Mi inginocchiai di nuovo per terra e il mio stomaco si rivoltò. Ma questa volta, non ero incinta.
Stetti male per la paura.
Tornai a casa ai primi di agosto. Mostrai a Lella la borsa che avevo come me.
- Oh, santo cielo... - Fu il suo unico commento. - Quanti sono?
- Un centinaio di milioni. Ho già prenotato la clinica per Emy e parlato con il chirurgo. Domani verrà ricoverata.
- Ma dove li hai presi? Come te li sei procurati? Non avrai mica fatto una rapina, o qualcosa del genere.... - Mi chiese sgranando gli occhi, terrorizzata.
Le sorrisi debolmente. - No, non preoccuparti, non ho fatto niente di illegale... Voglio dire, li ho avuti onestamente, non li ho rubati, non ho imbrogliato nessuno. Credimi, - conclusi prendendole la mano.
Passai una notte infernale, tra atroci sofferenze, sensi di colpa, rimorsi, rimpianti. Quando Lella mi vide la mattina seguente, quasi si spaventò.
- Arianna, hai un aspetto tremendo. Non stai bene? Cos’hai?
- Niente, è la stanchezza per il viaggio. Ho solo bisogno di un po’ di riposo.
- Beh, torna a letto. Ho ancora due settimane di ferie, porterò io Emy in clinica e poi tornerò qui per prendermi cura di te.
La guardai e non riuscii a trattenere un sorriso.
- Lella, non so cosa farei se non avessi te. Ma perché fai tanto per me?
Lella mi si avvicinò e rispose al mio sorriso.
- Perché siamo amiche. Ti sei scordata di quando eravamo piccole, e tu prendevi sempre le mie difese? D quando mi aiutavi a fare i compiti perché io non ci riuscivo? In un’amicizia vera, ognuno dà quello che può, e ognuno è sempre lì per l’altro nel momento del bisogno. Faccio tutto questo per te, perché sono convinta che tu avresti fatto tutto questo per me, se fossi stata io ad averne bisogno.
La abbracciai. - Grazie, - dissi soltanto.
Tornai a letto e sprofondai quasi subito in un sonno tormentato e popolato da strani incubi.
Sognai di nuotare in un mare scuro, denso, nel quale facevo fatica a muovermi. L’acqua si trasformava lentamente in uno stagno di sabbie mobili. Emilio stava sulla riva, e mi guardava con occhi freddi, le braccia conserte. “Cosa vuoi?” Continuava a chiedermi. “Se vuoi qualcosa, mi devi dire che cosa vuoi, altrimenti io non ti aiuto. Allora, cosa vuoi?” Poi arrivava un uomo con un camice sporco di sangue e un ghigno malefico, che spingeva bruscamente via Emilio, facendogli perdere l’equilibrio e facendolo finire nelle sabbie mobili a pochi metri da me. “Ora non posso più aiutarti. Cosa vuoi? Cosa vuoi?” Ripeteva all’infinito, affondando. Io mi rivolgevo verso l’uomo con il camice e gli chiedevo aiuto. Gli tendevo il braccio, ma lui, invece di afferrare le mie dita, allungava la mano nelle quale stringeva un enorme coltello e mi tagliava la mano. Io provavo un dolore lacerante e urlavo, urlavo, urlavo...
- Arianna! Arianna, sono io... Svegliati...
Aprii gli occhi. La testa mi girava. Ero seduta sul letto, fradicia di sudore, e Lella era china su di me.
- Arianna, ma tu scotti. E’ meglio chiamare un dottore.
- No! - Urlai ancora più spaventata. - Un paio di giorni ad antibiotici e mi passerà tutto.
- Tu sei matta! Non si possono prendere gli antibiotici così, e comunque senza la ricetta di un medico non me li darebbero mai, in farmacia. Ora chiamo la Guardia Medica...
- Lella, ti scongiuro, non farlo. Ho solo bisogno di riposo. Domani starò meglio.
Ma la mattina seguente, non stavo meglio. Quando Lella entrò in camera con il latte caldo, quasi non ero in grado di riconoscerla. Pochi minuti dopo, sentii dei passi in corridoio. Lella aveva chiamato l’ambulanza. Fluttuando tra l’incosciente e il presente, fui trasportata in ospedale. Quando il medico ebbe finito di visitarmi, Lella entrò nella stanza e parlò con lui. Con terrore, vidi i suoi occhi allargarsi e la sua bocca schiudersi per lo sgomento mentre il medico le diceva la verità.
Si avvicinò al mio letto. Voltai il viso, non ero in grado di sostenere il suo sguardo.
- Arianna, rompo il giuramento che ti ho fatto.
- No... - riuscii solo a dire con un filo di voce.
- Sì, e prego solo il cielo che non sia troppo tardi. Non potrei mai perdonarmi se... Non potrei vivere con il rimorso di non aver capito, di avere tenuto fede a una promessa stupida. Guarda a cosa ti ha portato, il tuo orgoglio!
Non ebbi la forza di replicare. Né la forza fisica, né quella mentale, né quella morale.
Sentii i passi di Lella che si allontanava.
Voltai il viso e la vidi dalla porta aperta in corridoio, che si avvicinava al telefono pubblico, prendeva un’agendina dalla borsa, la consultava, componeva un numero di telefono.
Poi la nebbia mi avvolse, facendomi scivolare nell’incoscienza.

SECONDA PARTE - racconta Emilio

Il rumore dell’anello che Arianna aveva gettato sul pavimento mi scosse. Abbassai lo sguardo seguendo il tintinnio dell’anello che rotolava, e quando lo rialzai Arianna non c’era più. Mi rivestii in fretta e furia e mi precipitai verso la porta, ma Michela, che nel frattempo era scesa dalla scrivania e si era messa a posto la gonna, mi afferrò il braccio.
- Emilio, lasciala perdere...
La guardai con un lampo di odio.
- No, lasciami perdere tu, - la apostrofai liberandomi dalla sua presa. - Non voglio negare la realtà dicendo che io non ho nessuna colpa. Ma ti do un consiglio. Sparisci.
- Perché? Mi sembrava ti stessi divertendo, con me.
- Sì, hai ragione. Mi sono lasciato coinvolgere e può darsi che per un momento di debolezza io perda ciò che ho di più caro nella vita. Però... - ma mi accorsi che stavo sprecando del tempo.
Dovevo pensare ad Arianna.
Corsi in strada e vidi i fari posteriori della Mini che si allontanavano. Imprecai a voce alta e corsi verso la mia macchina. Era chiusa, ovviamente. Maledizione, le chiavi erano nella giacca, in ufficio. Tornai indietro in preda alla rabbia.
Stupido, stupido, stupido! Ma cosa diavolo mi era preso, pensai correndo dentro. Era una vita che Michela mi stuzzicava, mi tentava, faceva la stupida. Era una brava segretaria, ma era pericolosa, io lo sapevo, accidenti, perché non me ne ero liberato? E ora... che disastro!
Lo so che è difficile da credere, ma non ero dispiaciuto o arrabbiato perché Arianna mi aveva visto, per il fatto che mi aveva scoperto. Odiavo me stesso per aver ceduto a un capriccio, per non aver pensato, per essermi lasciato tentare senza riflettere da una sciocca avventura, senza importanza, squallida.
Afferrai la giacca senza degnare Michela di un secondo sguardo. Sapevo che godeva nel sapere che Arianna stava soffrendo, le era stata antipatica fin dal primo momento, sino da quel giorno in cui aveva dovuto portarle il caffè nel mio ufficio. Questo pensiero mi fece adirare ancora di più con me stesso. Ma perché diavolo avevo permesso che le cose arrivassero a questo punto?
Non ero mai uscito con Michela, nemmeno prima di conoscere Arianna. Non l’avevo mai neppure baciata. Ma quella sera, quando ero tornato in ufficio per lasciare al personale le ultime istruzioni, poiché il giorno dopo, alla fine del ricevimento nuziale, sarei partito per il viaggio di nozze, e l’avevo trovata lì, e lei mi aveva chiesto di potermi dare un bacio di augurio, e il suo profumo quasi asfissiante, intenso, forse un po’ volgare, ma eccitante mi aveva avviluppato, e le sue mani erano scivolate in un istante sotto la mia camicia e lei si era seduta sulla scrivania attirandomi a sé e circondando la mia vita con le sue caviglie, io... io avevo perso la testa... e l’avevo lasciata fare.
Non cercavo giustificazioni con me stesso, né avrei tentato di difendermi agli occhi di Arianna. Le avrei solo chiesto scusa. L’avrei scongiurata di perdonarmi. E avrei passato il resto della vita a far sì che mi perdonasse.
Salii in macchina e mi diressi a tutta velocità verso il collegio. Guardai l’orologio: erano appena passate le dieci.
Il guardiano mi fece entrare, e mi disse che sì, aveva visto uscire la Mini di Arianna una mezz’oretta prima, ma che no, la signorina non era rientrata.
Sapevo che era tardi, ma gli chiesi di poter parlare immediatamente con il direttore. A questi, dissi solo che avevo litigato con Arianna e che non sapevo dove fosse andata, e per favore, appena fosse tornata, a qualsiasi ora, di telefonarmi, io sarei andato a casa ad aspettare sue notizie. Il direttore era un vecchio amico di famiglia, e per di più era tra gli invitati al matrimonio. Acconsentì, mi diede una pacca rassicurante sulla spalla, e mi consigliò di non preoccuparmi.
Certo, nessuno dei due, tantomeno io, credevamo davvero che il matrimonio sarebbe saltato.
La cosa più difficile da affrontare fu la delusione e il dolore di mia madre, ancora più dell’imbarazzo di dover annullare la cerimonia. Mia madre si era molto attaccata ad Arianna, le aveva voluto bene sin dalla prima volta che l’aveva vista, e quando le confessai il motivo di quel disastro, seppure fossi un uomo ormai adulto, un bel pezzo più alto di mia madre, lei mi colpì il viso con un sonoro ceffone, che accettai senza replicare, abbassando gli occhi, perché non potevo negare che me lo meritavo proprio.
Non avevo l’indirizzo di casa di Arianna. Sapevo che prima di venire in Toscana abitava in un paese vicino a Milano, ma non ne conoscevo nemmeno il nome. In effetti, avevamo parlato più del nostro presente e del nostro futuro, che non del suo passato.


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