La Selezione di Caldaia Sicura
Puntata in corso
Monica
Puntata N. 1
Puntata N. 2
Orgoglio
Puntata N. 1
Puntata N. 2
Puntata N. 3
Puntata N. 4
Oltre l amore
Puntata N. 1
Puntata N. 2
Puntata N. 3
Puntata N. 4
Puntata N. 5
Il mio destino
Puntata N. 1
Puntata N. 2
Orgoglio
       Puntata numero 2

Uscii dal bagno ed entrai nella quasi oscurità della camera da letto. Emilio aveva spento la luce, ma le tende erano scostate e la luce del cielo stellato entrava argentea, insieme al rumore del mare sotto di noi e al profumo dell’estate. Le mie pupille si adeguarono subito alla penombra, e distinsi la figura di Emilio appoggiata allo stipite della finestra. Mi avvicinai lentamente e lo abbracciai dal dietro, cingendogli la vita con le braccia. Era a torso nudo, e la sua pelle era tiepida e morbida, al tocco delle mie dita. Appoggiai la guancia alla sua schiena.
- Ti adoro, Emilio, lo sai?
- Sì, lo so, - rispose divertito, ma con tono sensuale, molto serio.
- Provo una sensazione stranissima, - continuai. - Per la prima volta nella vita, mi sento esattamente dove so che devo essere.
Emilio si girò e cercò di scrutare i miei occhi alla luce della notte.
- Cioè? - Mi chiese sorridendo.
- Accanto al mio uomo.
- Sono pazzo di te, Arianna, lo sai?
- Sì, lo so, - feci appena in tempo a rispondere. Poi la sua bocca si schiuse sulla mia e io mi sentii invadere da uno strano calore, ma non era solo eccitazione, era molto di più. Era come se il mio corpo si stesse sciogliendo, aprendo, preparando a ricevere il corpo e l’anima dell’uomo che amavo.
Le mani di Emilio salirono lungo il mio corpo e mi sfilarono la camicia da notte, poi lo percorsero di nuovo, indugiando sulle spalle, sul seno, sui fianchi.
- Ti voglio, - mormorai piano.
Emilio mi prese in braccio e mi depose sul letto, con cautela, come se fossi stata una bambola di porcellana. Guardai con trepidazione il suo profilo mentre si liberava dei pantaloni e mi mostrava pienamente il suo desiderio di me, che era almeno pari al mio.
Si chinò su di me e percorse il mio corpo con la bocca, senza tralasciarne un solo centimetro. Provai a sollevarmi, ma lui mi trattenne delicatamente distesa.
- Lasciati amare, questa notte è per te. Lascia che ti dimostri il mio amore, che ti dia piacere. Avrai tutta la vita per fare lo stesso anche tu.
Quelle parole fecero scattare in me un desiderio che non solo non avevo mai provato prima, e di cui non pensavo certo di potere essere capace, ma non avrei mai creduto potesse essere provato da un essere umano.
Mi concessi a lui senza alcuna reticenza, felice di appartenergli, di permettergli di esplorare il mio corpo, deliziandomi egoisticamente di ogni sua carezza, di ogni sua attenzione, di ogni intimo bacio.
Quando finalmente, dopo un tempo che mi sembrò immenso, i nostri corpi si fusero in un’unica entità, non riuscii a trattenere un grido di gioia. Il piacere che provavo era così sublime, così puro, che una lacrima mi scese lungo il viso.
Nei giorni che seguirono ci amammo senza mai riuscire a saziarci l’uno dell’altra. Mi insegnò a trasformare l’attesa in eccitazione, e la passione in delirio. Ci cercavamo ogni sera, e spesso, durante la notte, mi svegliavo desiderando di fare di nuovo l’amore con lui. Allora lo sfioravo sotto le lenzuola e la sua risposta non tardava mai.
A volte mi parlava e io gli rispondevo, parole eccitanti che nella vita di tutti i giorni mi sarei persino vergognata di ascoltare, ma che con lui assumevano il significato di un gioco amoroso senza fine.
Altre volte ci amavamo in silenzio, guardandoci negli occhi, sforzandoci di non abbassare mai le palpebre, ansiosi di leggere il proprio desiderio e il proprio piacere riflesso nello sguardo dell’altro.
Tornammo a casa a fine agosto. Mi dispiaceva lasciare quel paradiso, ma gioivo all’idea che quello fosse stato solo un preludio, nient’altro che il prologo alla nostra vita insieme, a una felicità che nessuna nuvola avrebbe mai oscurato.
Il giorno del matrimonio si avvicinava sempre più. Come tutte le spose, presumo, ero nervosa, indaffarata, ma anche euforica, allegra. Chiamavo Lella, che sarebbe arriva a Incisa il giorno stesso del matrimonio per farmi da testimone, per chiederle mille consigli, e mi affidavo a mia suocera, come se avessi trovato in lei una seconda madre. Entrambe avevamo imparato a volerci molto bene.
Finalmente arrivò il venerdì sera, la vigilia del grande evento. Tutto era pronto, ormai. L’abito era appeso in camera mia, gli inviti erano stati spediti, le fedi nuziali portavano incisi i nostri nomi. Ero nella mia camera al collegio, che mi rimiravo l’anello di fidanzamento, luccicante alla luce artificiale della mia abat-jour, quando mi prese l’irrefrenabile desiderio di parlare con Emilio. Più che un desiderio, un bisogno. Pensai che sarebbe stata l’ultima volta che l’avrei visto in qualità di fidanzato, e la cosa mi divertì. E poi, avevo un regalo di nozze molto speciale per lui, e volevo darglielo stasera.
Mi infilai in fretta un paio di jeans e salii sulla mia Mini multicolore. Un quarto d’ora dopo aveva raggiunto casa sua. Suonai il citofono, ma non rispose nessuno. Alzai gli occhi. In effetti, la luce era spenta. Probabilmente è a casa dei suoi genitori, pensai. Certo, mi dissi scrollando il capo e sorridendo, se io avessi una famiglia, o se solo Lella abitasse a meno di trecentocinquanta chilometri da qui, nemmeno io sarei a casa da sola la vigilia del mio matrimonio.
Risalii sulla Mini e mi diressi verso il collegio. Passai davanti alla “Marchicar”, e gettai l’occhio alla grande vetrina, ripensando al giorno in cui avevo conosciuto Emilio.
Qualche metro più avanti frenai di scatto, e inserii la retromarcia. Mi ero sbagliata, oppure...
No, notai con il cuore colmo di gioia, non mi ero sbagliata. La porta del suo ufficio, alla destra del salone di esposizione, era socchiusa e la luce all’interno era accesa. Posteggiai in fretta e mi avviai verso il retro della concessionaria. La porta d’ingresso del personale, infatti, era solo appoggiata, non chiusa a chiave. Percorsi il breve corridoio ansiosa come una bambina che gioca a nascondino e dopo pochi passi entrai dalla porta laterale nell’ufficio di Emilio.
Per un attimo, il cuore mi si fermò.
Strizzai gli occhi e li riaprii, forse avevo avuto una visione.
No, era una scena vera. Un’immagine ridicola e oscena, ma vera.
Emilio era da questa parte della scrivania, e mi dava la schiena. I suoi pantaloni erano arrotolati intorno alle caviglie. La camicia, stropicciata sul punto vita, gli copriva appena le natiche, che si muovevano freneticamente avanti e indietro. Dai suoi fianchi sbucavano due caviglie di donna, due piedi vestiti da un paio di scarpe nere dal tacco vertiginoso. Non vedevo il resto della donna, perché era nascosto dal corpo stesso di Emilio, ma ne sentivo i gemiti, udivo il suo invito a continuare, chiedeva di più, lo pregava di non smettere.
E lui non smetteva. Le sue mani erano strette attorno alla vita della donna, suppongo, anche se non riuscivo a vederle.
Rimasi paralizzata. Avrei voluto gridare, morire, scomparire, picchiarlo. Ma non feci niente. Non ero in grado di muovermi, i miei occhi fissavano la scena che mi si presentava come se non fossi stata io ad assistervi, ma un’anima che non mi apparteneva.
La donna spostò il busto di qualche centimetro, forse in preda a un movimento lussurioso, e mi scorse. Lessi sul suo volto prima shock, poi un sogghigno divertito. Emilio si accorse di qualcosa, si fermò, la scrutò un momento, poi, seguendo la direzione del suo sguardo, si voltò lentamente, staccando il suo corpo da quello di lei.
Dio, come avrei voluto chiudere gli occhi. Se l’avessi fatto, forse, non sarei riuscita a imprimere tanto bene nella memoria i particolari osceni di quell’immagine. Il mio quasi-marito quasi-nudo, eccitato, e la donna a gambe aperte, anch’essa nuda, che mi guardava e rideva, senza un briciolo di pudore, evitando apposta di coprirsi, affinché io potessi assaporare fino in fondo la sua vittoria, che significava anche la mia sconfitta.
Prima che Emilio avesse avuto il tempo di riprendersi, mi sfilai velocemente l’anello gettandolo a terra, mi voltai e scappai via. Salii in macchina e mi allontanai. Senza pensarci due volte, non tornai verso la strada statale, in direzione del collegio, ma verso il casello dell’autostrada. Viaggiai per quattro ore, senza fermarmi se non per fare il pieno di benzina, in preda a una strana calma.
Erano le due del mattino quando suonai il citofono di Lella. Mi rispose con voce assonnata e preoccupata.
- Chi è! - Gridò, invece di domandare.
- Sono Arianna, aprimi.
Sentii che esitava un attimo, probabilmente per lo stupore, più che perché non credeva che fossi davvero io.
Mi aspettava sul pianerottolo. Prima ancora che potesse salutarmi, alzai una mano in segno di difesa.
- Non adesso, ti prego, - dissi solo. - Ho bisogno di bere e di dormire. Domani mattina ti racconto tutto.
Lella mi sorrise debolmente e mi fece entrare. Si comportò da vera amica quale era. Preparammo insieme il mio vecchio letto, poi andò a prendere una bottiglia di whiskey e bevemmo insieme, in silenzio, finché non mi addormentai, credo, perché l’ultima cosa che mi ricordo è di aver portato il bicchiere alle labbra, e al risveglio ero distesa sotto il lenzuolo.
Mi aveva svegliato il profumo di caffè. Scesi dal letto con la testa che mi scoppiava e mi trascinai fino in cucina, dove Lella mi attendeva sorridente. Non certo serena, ma evidentemente cercava di mettermi a mio agio, presagendo che dietro la mia comparsa così improvvisa dovesse esserci qualcosa di veramente grave.
Non feci in tempo ad affacciarmi alla porta della cucina, che un violento attacco di nausea mi costrinse a correre in bagno. Lella mi raggiunse. Mi trovò inginocchiata sul pavimento, con la testa sulla tazza. Lasciò che l’attacco passasse, e mi aiutò ad alzarmi e a sciacquarmi il viso.
- Sì, non guardami in quel modo, credo di essere incinta.
- Credi? - Mi chiese alzando un sopracciglio.
- E va bene. Sono incinta.
- Ti permetterò di raccontarmi tutto, prima di sgridarti per aver fatto tanti chilometri e per esserti ubriacata ieri sera, nelle tue condizioni. Ora vieni a prendere il caffè.
- Non ho voglia di caffè.
- Arianna, decidi tu. O lo bevi, o ti ci faccio uno shampoo...
Le sorrisi. Lella sapeva sdrammatizzare ogni cosa. Dio, com’ero fortunata ad avere un’amica come lei! Capitolai e la seguii obbedientemente in cucina. Mi sedetti al tavolo e, sorseggiando caffè, le raccontai ogni cosa.
Passò qualche istante, quando ebbi finito di parlare, prima che Lella dicesse qualcosa.
- Uhm, - commentò, rigirando la tazzina tra le mani. - Pensi che non fosse vero che ti amava?
- Ma cosa c’entra! Non lo so. Certo che se mi ama, ha uno strano modo di dimostrarlo.
- Arianna, tu non hai mai sbagliato?
- Ma cosa fai, - gridai seccata, - lo difendi?
- No, - proseguì con calma, - cerco solo di vedere le cose nella loro giusta luce.
- Giusta luce? - Ero inviperita. - Li ho visti io, nella giusta luce, loro due, altroché! E quella schifosa... quella cagna! Mi ha odiato sin dal primo giorno! - Urlai.
- Ora calmati, - disse Lella fermamente. - Vuoi che ti dica come la penso, o stai solo cercando qualcuno che ti permetta di compiangerti, che ti dia ragione anche se non ce l’hai?
- Come non ho ragione! - Sbottai. - Trovo il mio fidanzato che si sbatte un’altra donna sulla scrivania la sera prima delle nozze! Cosa avrei dovuto fare, interromperli per invitare anche lei al matrimonio, e poi lasciarli continuare?
- Arianna, ora sei sconvolta. Forse è meglio che rimandiamo i discorsi tra qualche giorno...
Mi accasciai sulla sedia. - Scusa, non ce l’ho con te. Sono solo così amareggiata.
- Allora, vuoi sapere la mia opinione?
- Sì, certo, - dissi chinando il capo.
- Considerando che Emilio ti vuole bene, che la sua famiglia ti adora, che tutti possono fare degli errori, che da quello che mi dici di questo “zuccherino” di segretaria, sono propensa a dare la maggior parte della colpa a lei, e soprattutto, che sei incinta, e che il figlio è suo, credo che tu dovresti dargli la possibilità di spiegarsi, di chiederti scusa, di rimediare.
- Non se ne parla neppure.
- Almeno senti quello che ha da dire.
- No.
- Arianna, errare è umano. E la più grande prova d’amore, non sta nel non sbagliare mai, ma nel perdonare. Anche se Emilio si è comportato malissimo, credo che sia stato solo un momento di debolezza.
- No, - Ripetei testardamente.
- Io ti conosco, so che sei orgogliosa. Ma ci sono dei momenti, delle occasioni della vita, in cui il troppo orgoglio può portare a prendere una decisione sbagliata. Non puoi pensare solo a te. Avrai un figlio, non è giusto che ti prenda la responsabilità di privarlo di suo padre e... - Si interruppe di scatto e mi guardò attentamente. - Emilio lo sa che sei incinta, vero?
No, non lo sapeva. Glielo avrei voluto comunicare la sera precedente.
- Certo che lo sa, - mentii spudoratamente, senza pensarci più di un secondo.
- Allora ti cercherà lui, e tu dovrai ascoltarlo, Arianna.
- No, - scossi la testa. - No, non voglio più vederlo, Lella.
- Arianna, ma...
- No, - risposi con fermezza. - Lella, ti prego. Ormai ho deciso. Non so se Emilio mi cercherà, ma per favore, se dovessi cercarmi, non dirgli che sono qui, non parlargli di me, insomma, io ho chiuso con Emilio. E’ chiaro?
Lella mi guardò con aria triste.
- Rispetterò la tua volontà, Arianna, anche se non sono d’accordo. Ma sono dalla tua parte, lo sai, qualunque decisione tu prenda tu, potrai contare su di me. Naturalmente puoi tornare a vivere qui, il posto è grande, e potrai stare qui anche dopo che sarà nato il bambino.
- Grazie. Telefonerò in collegio e mi farò mandare la mia roba. Ho messo da parte un po’ di soldi, in questi mesi, e mi troverò un lavoro.
Iniziò la parte più brutta della mia vita, da quel momento. Pensavo a Emilio ogni giorno. Feci giurare a Lella che avrebbe buttato via ogni lettera o telegramma o qualsiasi altra cosa che fosse provenuta da Emilio, senza leggerla, né farmela vedere, e le feci anche giurare di non parlare mai con lui, o con qualcuno che tentasse di contattarmi da parte sua. Lella promise, anche se notai che lo faceva molto controvoglia. Ma era la mia amica, la mia famiglia, l’unica persona che avevo, non mi avrebbe mai abbandonato, né deluso. Né tradito, come aveva fatto Emilio.
Mia figlia nacque il 26 maggio dell’anno seguente, esattamente nove mesi dopo quella prima notte. Dio, ogni volta che ci pensavo, mi si stringeva il cuore, dilaniato dalla perenne lotta tra la nostalgia e il rancore. La chiamai Emilia, e la registrai all’anagrafe con il mio cognome. Ma non fui mai capace di chiamarla così, così la ribattezzai Emy. Vivevamo tutti e tre in casa di Lella. Io sopravvivevo dando lezioni e ripetizioni private di inglese, ma se non avessi avuto la casa di Lella dove abitare, non so se avrei potuto cavarmela.
Non ero mai più uscita con un uomo, anche se la vita quotidiana mi offriva diverse occasioni di essere corteggiata, un impiegato di banca, il garzone del fornaio, molti uomini mi facevano complimenti. Ero sempre stata carina, e la maternità mi aveva evidentemente dato il tocco finale, donandomi un’aria matura, conscia. Ma ero anche diventata arida, cinica, fredda, e questo non si vedeva, da fuori. Ma si sentiva, dentro. Oh, se si sentiva...
La mia unica gioia era Emy. Era una bambina bellissima, sveglia, simpaticissima. Assomigliava da impazzire a suo padre, non so dire se per fortuna o purtroppo. Per fortuna, perché suo padre era un uomo molto bello, ed Emy aveva ereditato da lui i lineamenti, la curva del sorriso, il grigio degli occhi, vivi e profondi. Purtroppo, perché ogni volta che la guardavo, era come guardare una miniatura di Emilio, e il cuore riprendeva a sanguinarmi, di dolore, di desiderio, di odio, di orgoglio ferito.
Non avevo più parlato con Lella di Emilio, dopo averle fatto giurare di proteggermi. Né le avevo mai confessato che Emilio non aveva mai saputo di avere una figlia. Ma sapevo che con Lella, il mio segreto era al sicuro. Ero convinta che non avrei mai avuto bisogno di lui, e inoltre sarei morta piuttosto che ingoiare il mio orgoglio e confessargli che mi mancava, che io lo amavo ancora e che aveva generato una figlia splendida.
I mesi passarono e si trasformarono in anni. Anni non sereni, ma nemmeno tragici come era stata tragica quella scena che non avrei mai scordato di Emilio insieme alla sua segretaria.
Ma la vita aveva in serbo ancora dure prove a cui sottopormi, di fronte alle quali quella scena sarebbe sembrata cosa di ben poco conto.
Emy aveva compiuto due anni da poco. L’estate stava iniziando e presto il caldo sarebbe scoppiato. Quel pomeriggio avevo finito presto le mie ripetizioni e avevo deciso di preparare una cenetta un po’ speciale. Una bella insalata di riso, magari, con tante verdure, come piaceva a tutte e tre. Misi l’acqua per il riso a bollire, poi iniziai a tagliuzzare gli ingredienti. Emy era seduta al tavolo con il suo blocco da disegno e le sue matite colorate. La guardai: era il ritratto della serenità. E com’era bella.
Come se avesse “sentito” il mio sguardo, si voltò e mi regalò un bellissimo sorriso. I dentini da latte erano perfetti, bianchissimi tra le labbra morbide e ben disegnate. Lo stesso sorriso ammaliante di Emilio, pensai per l’ennesima volta. Mi venne voglia di abbracciarla. La strinsi forte e la baciai sui capelli scuri, sottili, simili a fili di seta.
Tornai al fornello. L’acqua stava bollendo. Versai il riso nella pentola e mescolai con un cucchiaio di legno. Guardai l’orologio per poter calcolare il tempo di cottura e mi misi al lavello a preparare le verdure. Dopo una ventina di minuti, assaggiai qualche chicco di riso. Era pronto. Spensi il fornello, allungai la mano per prendere le presine e afferrai i manici della pentola per portarla al lavello e scolare il riso. Accidenti, come pesa, fu l’ultima cosa che mi ricordo di aver pensato. Poi successe tutto in un attimo.


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