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- Lella! Lella! E’ arrivata! - Gridai entrando in casa come un ciclone quel pomeriggio di fine luglio, sventolando la busta tra le mani.
Lella non ebbe bisogno di chiedermi di cosa stessi parlando. Mi sorrise e mi guardò con ansia.
- Beh... che aspetti? Aprila, Arianna! - Replicò battendo le mani.
Strappai con attenzione un lato della busta, che recava lo stemma del “Collegio Femminile di Incisa Valdarno”. Lessi la lettera e poi alzai lo sguardo verso Lella che mi guardava trepidante.
- Allora? - Incalzò la mia amica.
Aspettai ancora un paio di secondi, poi allargai le braccia e urlai di gioia, facendo volare la busta e la lettera. - Mi hanno preso!
Pensavo che fosse il giorno più bello della mia vita!
Ero nata in una famiglia alquanto modesta, e avevo fatto molti sacrifici, i salti mortali, li definivo io, per potermi laureare in lingue straniere. Ma ero uscita dall’università con un’ottima votazione, e ora, a soli ventisei anni, avevo ottenuto un posto di insegnante in uno dei più esclusivi collegi della Toscana. Certo, avrei dovuto trasferirmi là, e non era proprio dietro l’angolo, dato che io abitavo in un paesino in provincia di Milano, ma era comunque una notizia magnifica.
Avrei vissuto all’interno del collegio, in una cameretta tutta per me, e avrei avuto tutti i sabati e le domeniche a mia disposizione. Avrei insegnato alla mattina e seguito gli alunni durante il doposcuola al pomeriggio, e lo stipendio sarebbe stato anche buono! Mi sentivo al settimo cielo!
Avrei però dovuto lasciare Lella...
Lella era la mia migliore amica, eravamo sempre state insieme, sin dalla scuola elementare, appoggiandoci una all’altra, poi quando i miei genitori erano mancati, mi ero trasferita da lei, che viveva già da sola da qualche anno. Lei i genitori li aveva, ma era forse ancora più sola di me, perché suo padre era sempre in giro per il mondo e sua madre era troppo impegnata in feste e cocktails per occuparsi di lei.
Io contribuivo alle spese come potevo, con quel poco che mi restava del mio stipendio di cameriera, dopo aver pagato tutte le tasse universitarie e i libri. Ma Lella, di origini sicuramente più facoltose, non mi aveva mai fatto pesare nulla, la nostra amicizia e il nostro affetto andavano ben oltre le poche migliaia di lire che lei doveva mettere alla fine del mese per pagare la parte di spese che io non riuscivo a coprire.
E così, un mese dopo, verso la fine di agosto, scendevo dal treno a Incisa Valdarno, in Toscana, e prendevo il taxi che mi avrebbe portato in collegio, situato un po’ fuori dal paese, lungo la strada statale che attraversa la Valle dell’Arno.
Ritrovandomi davanti all’alto cancello di ferro, oltre il quale si stagliava l’imponente villa che componeva il corpo principale del collegio, mi venne in mente la scena di uno dei miei film musicali preferiti, “Tutti insieme appassionatamente”, in cui la protagonista, Julie Andrews, si presenta con la sua valigia di cartone alla casa dove lavorerà come governante... e dove troverà anche l’amore, pensai con un sospiro, suonando il citofono.
Già, questo era un punto “dolente” della mia vita. Non avevo mai avuto troppo tempo per le “smancerie romantiche”, presa com’ero stata a dover affrontare problemi più importanti: mantenermi, studiare... Ma forse la verità era che avevo un po’ paura dell’amore. Di quell’amore che ti può far soffrire, che ti illude per poi farti sprofondare nell’abisso della solitudine, di quell’amore che ti costringe a rinunciare ai tuoi sogni per un uomo che poi magari, alla prima occasione, ti scarta per un’altra...
Sì, devo ammettere che la mia visione del sentimenti, dell’amore, era piuttosto limitata e pessimistica, ma le mie poche esperienze non mi avevano certo permesso di vedere l’amore attraverso lenti rosa. E poi era arrivata quella lettera, e la mia attenzione si era concentrata sul collegio, sulla nuova vita che mi attendeva.
Mi trovai a mio agio in quell’ambiente sin dal primo giorno. Le mie colleghe, e quei pochi colleghi di sesso maschile, mi accolsero con simpatia e gentilezza, e le alunne, la maggior parte di esse perlomeno, erano volonterose e disciplinate, ma curiose e vivaci quel tanto che bastava per farsi volere bene.
Scrivevo regolarmente a Lella, e ci sentivamo spesso anche per telefono. La lontananza non avrebbe certo scalfito la nostra amicizia.
La mia vita sociale si svolgeva praticamente tutta all’interno delle mura del collegio, anche perché, seppure la campagna che mi circondava fosse splendida, non avevo un mezzo per muovermi, e il pullman che passava per la strada statale aveva orari troppo scomodi per permettermi di esplorare un po’ le località vicine.
Fu così che, ai primi di gennaio, dopo aver ricevuto la tredicesima, feci due conti e, dato che ero praticamente riuscita a mettere da parte quasi tutto lo stipendio ogni mese, poiché non andavo mai da nessuna parte, decisi di acquistarmi una macchina, magari di seconda mano. Chiesi consiglio al direttore che mi indicò una concessionaria di Incisa Valdarno presso la quale, mi disse, lui si era sempre servito trovandosi assai bene.
La mattina in cui uscii dal collegio per andare ad acquistare il mio primo “possedimento”, un’auto tutta mia, era freddissima, ma soleggiata, e la campagna che vedevo dal finestrino del pullman che percorreva la strada statale era verde e luminosa, i raggi di sole si specchiavano sulla brina. Mi sentivo allegra, soddisfatta e serena, ma di sicuro non prevedevo che quel giorno avrebbe cambiato la mia vita.
La “Marchicar” era enorme. Vendeva auto usate di ogni marca. Mi aggiravo nel salone d’esposizione quando una voce dal forte accento aretino mi fece sobbalzare.
- Desidera?
- Oh, sì, io.. Io vorrei comprare una macchina. Usata, di piccola cilindrata...
- Su che marca è orientata?
- Mi consigli lei, io non ne me intendo.
- Capisco. Su che cifra vuole stare?
- Mah, intorno ai due milioni, direi...
Il venditore mi guardò con aria ironica.
- Signorina, per quella cifra forse può trovare un motorino con parabrezza, ma non una macchina...
Che brutto irriverente! Stavo per replicare, quando una terza voce ci sorprese entrambi.
- Umberto, vai pure, ci penso io alla signorina.
Era stato un giovane uomo a parlare, attraente, alto, vestito molto elegantemente, con i capelli scuri e gli occhi grigi, che in quel momento stava guardando il venditore con le braccia conserte e un lampo di rimprovero negli occhi. Quest’ultimo si allontanò senza battere ciglio.
- Mi scusi, è qui da poco... Non ha molto tatto con la clientela.
- Non ha molto tatto? Diciamo che li spaventa, i clienti...
L’uomo mi sorrise. Aveva lo stesso accento marcato del venditore, ma possedeva molta più classe, e un sorriso da infarto.
- Che vuole, - continuò con aria di scusa, ma divertito, - è il cognato del proprietario. Se lo mandasse via dopo una sola settimana di lavoro, sua sorella se ne avrebbe a male... Ora veniamo alla sua macchina. Che tipo di vettura aveva in mente?
- Guardi, non lo so, ma non dispongo di una grande cifra. Qualcosa con quattro ruote, che funzioni, e nella quale non entri l’acqua sarebbe più che sufficiente. Non mi importa il colore, o che vada veloce, o che sia piena di “optionals”!
Di nuovo mi guardò e sorrise. Mi guardava come se fossi stata una bambina golosa e lui il proprietario di un negozio di dolciumi. Ma erano tutti così presuntuosi, da queste parti?
- Ho quello che fa per lei, venga.
Mi mostrò una Mini Cooper che doveva avere almeno quindici anni. Un colore bizzarro, più che altro una somma di colori: il tettuccio era nero, la maggior parte della carrozzeria bianca, il cofano rosso.
- L’aspetto non è un gran che, lo so, ma il motore è appena stato revisionato. E’ una macchina inglese, piccola ma scattante, e non consuma nemmeno troppo. E può averla per un milione e mezzo. Che ne dice?
Lo guardai, poi guardai quell’auto arlecchina e scoppiai a ridere.
- Mi ha preso in parola, quando le ho detto che non importava il colore... Ma sì, va bene, tanto tra poco è carnevale, no?
Una settimana più tardi, sbrigate le pratiche per il trapasso, l’assicurazione e il bollo, spese che prosciugarono definitivamente le mie finanze, entrai di nuovo, questa volta con aria trionfante, alla “Marchicar” per ritirare la mia auto.
Mi accolse di nuovo l’uomo elegante della volta precedente, e stranamente, nel rivederlo provai un tuffo al cuore. Mi consegnò le chiavi dell’automobile e mi fece accomodare nel suo ufficio per i documenti. C’era una targhetta, fuori dalla porta. “Emilio Marchi”. Ah, quindi era lui il proprietario... Mi chiesi che “tipo” di cognato fosse quel venditore scortese. Se era il marito di sua sorella, poteva essere scapolo... Sorrisi tra me e me.
Mi offrì un caffè e quando accettai chiamò la sua segretaria chiedendole di portarci due tazze di caffè. La ragazza mi scrutò in maniera strana. Se io non fossi stata una cliente qualsiasi e lei non fosse stata solo una segretaria, avrei giurato che fosse gelosa. La guardai uscire, e non potei fare a meno di notare che aveva un corpo da mozzare il fiato, anche se l’aspetto in generale era troppo appariscente, quasi volgare, per i miei gusti di brava maestrina che insegna in un collegio femminile.
Tornò dopo pochi minuti con un vassoio e, quando i miei occhi incrociarono i suoi per un istante, avrei potuto giurare di scorgervi un lampo di odio vero. Spostai subito lo sguardo, a disagio, e lo fissai sui documenti della macchina che il signor Marchi mi stava mostrando.
Firmati i documenti e l’assegno, e finito il caffè, un lampo di tristezza mi attraversò. Era arrivata l’ora di andarmene, di lasciare quell’ufficio e soprattutto il signor Marchi.
Sembrò che lui mi leggesse nel pensiero.
- Sono contento che lei sia diventata nostra cliente, ma mi dispiace vederla andare via. Magari, una di questa sere posso offrirle un aperitivo...
Mi sentii diventare rossa. Sarei sparita sotto la sua scrivania, pur di non farmi vedere così emozionata!
- Io... mi dispiace, ma durante la settimana, mi risulta difficile uscire. Lavoro e vivo al Collegio di Incisa Valdarno, insegno inglese...
- Ah, conosco quel collegio, il direttore è un amico della mia famiglia. Va bene, allora facciamo sabato prossimo. Però, allora, mi deve concedere almeno una cena: nel poco tempo di un aperitivo non so se riuscirei a farmi passare la malinconia per non averla vista per un’intera settimana, che già so mi assalirà nei prossimi giorni.
Certo quell’uomo sapeva cosa dire per impressionare una donna. Una donna ingenua come me, poi...
- D’accordo, - risposi impulsivamente.
Fu così che iniziò la mia storia con Emilio. Furono giorni bellissimi, così nuovi per me, speciali. Mi presentò ai suoi amici, mi portò a visitare posti splendidi. Passavamo insieme tutti i fine settimana e ogni momento libero, mi sentivo la donna più felice del mondo.
Un sabato mattina mi venne a prendere e notai una strana luce nei suoi occhi. Ormai era primavera avanzata, e le giornate erano dolci e tiepide.
- Cosa fai stasera? - Mi chiese con aria indifferente.
Lo guardai stupita.
- Ma, credo che uscirò con te, no? Perché tu hai da fare? Hai altri progetti?
- Sì, in effetti ho un impegno abbastanza importante.
Mi sentii decisamente indispettita. Non ero una persona gelosa, ma quel tono non mi piaceva. Mi faceva sentire esclusa. Ma ero abbastanza orgogliosa da fare finta di niente.
- Va bene, vai pure al tuo impegno, - dissi fingendo che non mi importasse.
Passarono diversi minuti. Poi Emilio parlò di nuovo. Aveva un tono divertito, come se si stesse burlando di me.
- Non mi chiedi cosa devo fare?
- Non ci penso nemmeno.
A quel punto Emilio scoppiò a ridere, fermò la macchina sul ciglio della strada e mi abbracciò, stringendomi forte a sé.
- Sei stupenda, Arianna!
- Ma che ti prende, hai bevuto del cognac al posto del latte, stamattina a colazione?
Mi prese il viso tra le mani e mi guardò con aria dolcissima, poi mi baciò la punta del naso e parlò quasi con le labbra sulle mie.
- Arianna, vuoi sposarmi? - Sgranai gli occhi incapace di rispondere. - Guarda che chi tace acconsente, - continuò in tono serio, ma colmo di allegria.
- Emilio, sei sicuro di quello che dici? Sei strano, oggi! Stai dicendo sul serio? O forse è uno scherzo? Sarà mica il primo di aprile, oggi...
Le parole mi erano uscite tutte d’un fiato. Non riuscivo a credere alle mie orecchie. Erano pochi mesi che frequentavo Emilio, mi sembrava un sogno. Io, sposare Emilio, diventare la signora Marchi, la moglie di un uomo fantastico come lui, bello, ricco, dolce, di un uomo tanto innamorato di me.
- Arianna, mi ami?
- Sì, ti amo da impazzire, - sussurrai. Ed era vero.
- Allora sposami. Anch’io ti amo, voglio passare la vita con te, perché sei la ragazza più adorabile che esista sulla faccia della terra.
Chiusi gli occhi.
- Sì, - mormorai avviluppata in una nuvola di gioia pura.
- Allora, cosa fai stasera? - Mi ripeté.
- Dimmelo tu, cosa faccio stasera, - replicai.
- Questa sera vieni con me a casa dei miei genitori, che non vedono l’ora di conoscerti, e lì annunceremo il nostro fidanzamento al resto della famiglia.
- Oh, santo cielo, intendi una di quelle cene ufficiali in cui ci sono tutti i parenti per dare il loro giudizio sulla nuova arrivata? Non credo che sopravviverei al “colpo”...
- Sciocchina. Vedrai, li conquisterai tutti. Ci sarà anche una tua vecchia conoscenza, ricordi mio cognato, quello che voleva venderti il motorino con il parabrezza?
Ora fu il mio turno di scoppiare a ridere.
- Sì, me lo ricordo eccome! Basta che non ci sia anche la tua segretaria, anzi, quando sarò tua moglie, credo che la licenzierò, è troppo carina e ti guarda con troppo interesse, - dissi scherzando. Emilio non replicò nulla, allora continuai, senza dar peso al suo silenzio: - Però allora oggi devi accompagnarmi a fare spese, voglio fare bella figura, stasera.
- Faresti bella figura anche vestita con un sacco di iuta, ma d’accordo, principessa, ti permetterò di comprare un paio di scarpette di vetro, a patto che tu non ne perda una tornando a casa...
La casa della famiglia Marchi non era solo una casa. Era un villa, grande quasi quanto il collegio dove insegnavo! I genitori di Emilio mi accolsero come una figlia. Quando finalmente ci sedemmo a tavola e un cameriere in guanti bianchi servì la prima portata, mi vidi posare di fronte un piatto coperto da un coperchio d’argento, e sollevandolo vi trovai un astuccio blu contenente un anello, che la madre di Emilio mi spiegò sorridendo essere un anello di fidanzamento che si trapassava da suocera a nuora da diverse generazioni. A quel punto, non riuscii a trattenere le lacrime.
Fissammo le nozze per l’ultimo sabato di settembre. Il giorno dopo telefonai subito a Lella, volevo dividere la mia felicità con lei, e volevo che incontrasse Emilio. E infatti, a fine maggio, Lella venne in Toscana. Lei ed Emilio simpatizzarono immediatamente. Pranzammo insieme la domenica, poi, molto diplomaticamente, Emilio inventò la scusa di dover sistemare dei documenti in ufficio, ci riaccompagnò al collegio e ci lasciò sole. Quando Lella vide la mia Mini, anche lei rise, ma quando le raccontai quanto tenevo a quella macchina, perché era stato il mezzo per farmi conoscere Emilio, mi abbracciò teneramente.
- Sono così felice per te...
Salimmo in macchina e facemmo un giro per la campagna. Io non smettevo mai di parlare. Le raccontavo della famiglia di Emilio, dei preparativi per il matrimonio.
- Senti, - mi chiese in tono furtivo, - in confidenza, ma...
- Intendi se ho fatto l’amore con lui? No, non ancora.
- Ma lui non te l’ha mai chiesto?
- In effetti non ne abbiamo parlato, intendo, io non ho mai passato una notte intera con lui.
- E se te lo chiedesse? Se capitasse l’occasione?
- Onestamente, non lo so. Certo, ora che sta per diventare mio marito...
Quel pomeriggio non sapevo che solo pochi giorni più tardi sarei stata sua. Guardandomi indietro, forse quello è il ricordo più bello che ho, il più dolce, ancora più emozionante del giorno in cui mi chiese di sposarlo. Perché quando mi donai a lui, lo feci con tutto il mio cuore, con la vera convinzione che sarebbe stato per sempre il mio uomo. Nel mio cuore, fu quello il vero momento in cui lo sposai, ancora prima che il prete ufficializzasse la nostra unione. Sì, davanti a Dio, io divenni la sua sposa quella notte, in quell’albergo sul mare, con la luna che filtrava dalla finestra socchiusa.
Avevamo deciso di passare le nostre prime vacanze insieme al mare, all’Isola d’Elba, ci sarebbero servite un po’ anche come “rodaggio di convivenza”. Trovai naturale che prendesse una camera matrimoniale, in fondo non eravamo bambini, ma due adulti, fidanzati, che si sarebbero sposati nel giro di un mese. Arrivammo la mattina presto, e non disfammo nemmeno i bagagli, desiderosi com’eravamo di mare, di sole, di spiaggia. Passammo una giornata serena e allegra, cenammo nell’albergo del ristorante e decidemmo di andare subito a dormire, entrambi stremati per il sole preso e per il viaggio.
Emilio fece la doccia mentre io disfavo le valige, poi fu il mio turno. Chiusi gli occhi abbandonandomi al tepore dell’acqua, rigenerante ma illanguidente allo stesso tempo. Mi asciugai i capelli, mi profumai il corpo e indossai la camicia di leggera seta, cercando di non pensare che pochi istanti più tardi mi sarei distesa accanto all’uomo che amavo, per la prima volta.
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