La Selezione di Caldaia Sicura
Puntata in corso
Monica
Puntata N. 1
Puntata N. 2
Orgoglio
Puntata N. 1
Puntata N. 2
Puntata N. 3
Puntata N. 4
Oltre l amore
Puntata N. 1
Puntata N. 2
Puntata N. 3
Puntata N. 4
Puntata N. 5
Il mio destino
Puntata N. 1
Puntata N. 2
Monica
       Puntata numero 2

Mi risvegliai che era già sorto il sole, di soprassalto, perché un autotreno era sfrecciato così rasente alla mia auto che lo spostamento d’aria l’aveva fatta barcollare.
Mi guardai intorno intorpidito. Ero praticamente nel medesimo punto in cui mi ero fermato la sera prima, prima di avvistare il bar. Intorno a me, lo stesso campo incolto della notte precedente e, naturalmente, lo stesso misero paesino con le vecchie case dai muri scrostati.
Quando l’autotreno mi aveva svegliato, stavo sognando. Come spesso capita quando ci si desta nel mezzo di un sogno, il ricordo era ancora abbastanza vivido.
Avevo sognato di essere su una spiaggia, la stessa spiaggia dove, tanti anni prima, avevo conosciuto Lucia. Ma non eravamo soli. Camminavamo dove le onde si infrangono e in mezzo a noi, le piccole manine strette nelle nostre, c’era una bambina, con gli occhi blu come Lucia, solo di un blu ancora più intenso. Era così dolce, quell’immagine, così appagante, che per diversi minuti, anche da sveglio, ne potei quasi sentire fisicamente la serenità.
Sospirai e di nuovo mi vennero alla mente le parole della ragazza del bar. “Che ti importa di chi è il seme che ha generato quel figlio... Se tu lo amerai come se fosse figlio tuo, l’amore che lui ti restituirà ti ripagherà della tua scelta mille volte di più...”
Aveva ragione. Avevo incolpato Lucia, ma lei non aveva fatto nulla di male. Io l’avevo lasciata, e lei si era trovato un altro. E tanto meno aveva qualche colpa quella creatura non ancora nata. E finalmente avrei potuto dimostrare a Lucia quanto l’amavo, e che non ero egoista come lei mi aveva accusato di essere.
Dopo tante ore di tormento, finalmente avevo preso la mia decisione. Improvvisamente, sentii il bisogno di stringere la mia Lucia, di abbracciarla, di sentire tra noi quella vita che stava nascendo e che sarebbe stata nostra, senza remore.
Ma prima di tornare da Lucia, c’era una cosa che il mio cuore mi suggeriva di fare. Sarei tornato dalla ragazza del bar e l’avrei ringraziata. Volevo che sapesse che mi aveva aiutato, che era stato in fondo anche merito suo se ero riuscito a vedere chiaro nel mio animo.
Girai la chiave nel quadro di accensione e guidai verso il gruppo di case. Sperai che il bar fosse ancora aperto, e se lo avessi trovato chiuso, avrei chiesto ai vicini. Era un piccolo paese, tutti sapevano tutti di tutti, avrei trovato qualcuno che mi sapesse indicare dove trovarla.
Parcheggiai nella stessa piazzola delle sera precedente. Scesi dalla macchina e camminai verso l’insegna ora spenta. Ma feci solo pochi metri prima di bloccarmi sui miei passi, incapace di credere a ciò che vedevo.
La scritta “Bar Monica” che solo fino a poche ore prima era stata luminosa pendeva ora di lato, coperta dalla polvere, il tubo di neon spezzato e frantumato in più punti. La vecchia saracinesca era uscita dalle guide, il gradino che conduceva all’ingresso era rotto a metà e un ciuffo di gramigna era cresciuto nella fessura tra i due monconi di pietra sporca. Un paio di assi piantate a croce con chiodi ormai arrugginiti sbarravano la porta corrosa dal tempo attraverso la quale si intravedeva qualche vecchio tavolo e uno sgabello rovesciato, con due gambe mancanti.
Sembrava che quel luogo fosse abbandonato da anni. Mi guardai intorno incredulo, pensando per un istante che forse avevo sbagliato bar... Ma non era possibile, la piazza era quella, il nome del locale lo stesso... Non aveva senso.
Un ragazzino mi guardava seduto sul muretto della piccola piazza, incuriosito dalla mia espressione confusa. Mi avvicinai e gli sorrisi.
- Ciao. Per favore, avrei bisogno di un’informazione...
Il ragazzino mi fissava guardingo, senza rispondere, immobile. Continuai a parlare, anche se in effetti non sapevo da dove cominciare.
- Sai dirmi qualcosa di quel bar? - Chiesi indicando il Bar Monica.
Il ragazzino scosse la testa.
- Non hai idea di chi sia il proprietario?
Di nuovo, una scrollata di spalle e un cenno di diniego del capo.
Mi sentivo a disagio, assurdamente stranito. Guardai ancora verso il locale: non potevo essermi sbagliato, era proprio il posto dove solo la sera prima una ragazza mi aveva dato da bere, da mangiare e mi aveva regalato i suoi preziosi consigli.
Eppure, anche adesso ero certo di non sbagliarmi: quel posto era abbandonato, chiuso, in disuso da chissà quanti anni.
- Forse la mia mamma lo sa, - mi disse improvvisamente il ragazzino attirando nuovamente la mia attenzione. Balzò giù dal muretto e corse verso una porticina a pochi metri di distanza, dalla quale spuntò di nuovo accompagnato questa volta da una donna che si stava ripulendo le mani sul grembiule che portava allacciato in vita. Si avvicinò con fare circospetto fermandosi a un passo da me.
- Che cosa cerca?
Aprii la bocca per rispondere, ma dovetti riflettere su cosa dire. Non era facile da spiegare.
- Mi scusi signora, volevo sapere, quel bar, quello lì all’angolo della piazza, il bar Monica. Da quanto tempo è chiuso?
- Da cinque anni, è chiuso. Dal 18 settembre di cinque anni fa, per essere precisi. Perché le interessa?
Non riuscivo a capire.
- E’ sicura? Le sembrerà strano, ma io... io sono sicuro di esserci stato ieri sera. - La signora sollevò un sopracciglio e per un attimo mi guardò come se stessi dando i numeri. - C’era una ragazza, giovane, carina, capelli scuri, occhi blu... Ne sono proprio certo, era lì ieri sera.
La donna smise di strofinarsi le mani nel grembiule e mi guardò con aria esterrefatta.
- Non è possibile, - affermò in tono soffocato.
- Perché, la conosce? Sono tornato qui stamattina a cercarla... Ho bisogno di parlare con lei...
La signora mi fissava ora con occhi spalancati.
- Ma non è possibile, le dico. Lei si sbaglia! Monica è... è morta!
Ora fu il mio turno di sgranare gli occhi.
- Ma io... No... Io l’ho vista ieri sera... le ho parlato... - balbettai.
- Ma lei chi è? - Mi chiese sempre più stupita.
- Sono un suo amico. Ma è sicura che parliamo della stessa persona? La ragazza che lavora nel bar...
- Senta, - mi interruppe la donna, - vivo in questo paese da quarantacinque anni, so bene quello che dico. Se le dico che è morta, è morta. E poi, la notizia era uscita anche sui giornali, aveva fatto scalpore... l’avrà letta anche lei la storia di quella poveretta, no?
Aggrottai la fronte. Quale storia? Chiesi alla signora di spiegarmi a cosa si riferiva.
- Ma sì, ne ha parlato anche la televisione. La famiglia Bandini viveva in quella casa lì, sopra il bar, anche quello apparteneva a loro. E’ sempre stato un tipo un po’ strano, il Bandini... irascibile, violento. Non piaceva troppo alla gente, qui in paese. La ragazzina, Monica, era una creatura deliziosa, a lei sì che volevano tutti bene. Aiutava il papà nel bar, quando tornava da scuola. Era proprio una brava figliola, dolce, simpatica.
Un giorno le hanno trovato una brutta malattia del sangue, e il medico ha detto che per curarla avrebbe avuto bisogno di una trasfusione, allora il Bandini è andato in ospedale per donare il sangue e... ha scoperto che il suo gruppo non era compatibile con quello della figlia. Per farla breve: dopo tanti anni, si è scoperto che non era mica lui, il vero padre della ragazzina! Chi lo sa com’è andata... o la moglie l’aveva tradito, e lui l’aveva sposata che lei era già incinta di un altro... sa come vanno queste cose! Comunque, lui è tornato dalla città quella sera, dall’ospedale, che sembrava una furia, lo hanno sentito tutti gridare che era ancora in strada. Poi è salito in casa e... è successo tutto!
Avevo paura di chiedere cosa, ma non potevo farne a meno.
- Cosa... cosa è successo?
La donna parlò scuotendo la testa, evidentemente ancora addolorata dal brutto ricordo.
- Prima ha colpito la moglie, poi è andato in camera della ragazza e le ha sparato. I vicini avevano subito chiamato i carabinieri come l’avevano visto arrivare, ma non hanno fatto in tempo... hanno sfondato la porta proprio nel momento in cui stava tornando dalla moglie per fare fuori anche lei. Non le dico cosa c’era in giro... Tutto quel sangue... una vera tragedia!
Passarono diversi istanti prima che concludesse.
- La moglie si è salvata, ma la poverina non c’è più stata con la testa. Che vuole, vedersi una figlia massacrata così davanti agli occhi... Non sta più qui, mi sembra che l’abbia presa in casa una sorella, o un’altra parente... non so. Il bar è stato chiuso da quel giorno, il Bandini è ancora in prigione, speriamo che ci resti per sempre. Era il 18 settembre di cinque anni fa. Monica avrebbe compiuto diciotto anni il giorno seguente. Me lo ricordo perché il 18 settembre è anche il compleanno di mio figlio. Vede ora che non è possibile che lei l’abbia vista ieri sera...
Tornai verso la macchina con il cuore pesante. Dunque era stato solo uno scherzo della mia mente... una visione... mi ero sognato tutto!
Mi ero addormentato quando mi ero fermato la prima volta sul ciglio della strada. Probabilmente la signora aveva ragione, dovevo aver letto di quella tragedia sui giornali qualche anno prima, anche se non me ne ricordavo, evidentemente la sua storia era rimasta da qualche parte nel mio inconscio. E così avevo sognato quella ragazza, la mia coscienza mi aveva parlato nel sogno facendomi vivere quello strano incontro. E le parole di quella ragazza erano dunque scaturite dal mio stesso animo...
O forse, chissà, la ragazza era davvero tornata per me. Mi ricordai di aver visto un film in cui un angelo, per ottenere le ali, doveva tornare sulla terra e salvare una vita.
Una cosa però era chiara: quella povera ragazza era morta perché il padre non aveva accettato che lei non fosse seme del suo seme. Comunque fossero andate le cose, angelo o non angelo, su una cosa la ragazza aveva avuto ragione: accettando il bambino di Lucia, non avrei solo fatto la cosa giusta, ma avrei anche rimediato a un torto.
Certo non avrei permesso che la stessa storia rischiasse di ripetersi ancora. Non avrei mai riportato in vita Monica, ma ne avrei onorato la memoria.
Un’ora dopo ero a casa di Lucia. Quando aprì la porta, notai che aveva gli occhi gonfi e arrossati. Non ebbi bisogno di parlare, l’espressione del mio viso diceva già tutto, ci sarebbe stato tanto tempo in futuro per le scuse e le spiegazioni.
Oltrepassai la soglia in un passo e la strinsi a me, nascondendo il viso tra i suoi capelli che sapevano di buono, mentre sentivo che il suo corpo veniva scosso da nuovi singhiozzi. Ma questa volta erano lacrime di sollievo.
- C’è una sola cosa che devo chiederti, - dissi infine, staccandomi da lei solo qualche centimetro, ma senza smettere di tenerla tra le braccia, - ed è molto importante...
- Simone, ti prego, non chiedermi chi è...
- No, - la interruppi con un sorriso. - Non si tratta di quello. Voglio solo che mi prometti che se sarà una bambina la chiameremo Monica.
Lucia mi guardò un po’ perplessa.
- Monica? Sì, è un bel nome, ma... perché?
- Shhh... - le feci all’orecchio, posando di nuovo la sua testa sul mio petto, - io non insisterò per sapere chi è “lui”, il bambino sarà nostro figlio e basta. E tu non dovrai chiedermi il perché di Monica, d’accordo? Ognuno avrà il proprio piccolo segreto...
Lucia mi guardò con un guizzo di complicità e mi sorrise annuendo.
E in quel momento, avrei giurato che i suoi occhi fossero un po’ più blu, un po’ più profondi di quanto in effetti erano...


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