La Selezione di Caldaia Sicura
Puntata in corso
Monica
Puntata N. 1
Puntata N. 2
Orgoglio
Puntata N. 1
Puntata N. 2
Puntata N. 3
Puntata N. 4
Oltre l amore
Puntata N. 1
Puntata N. 2
Puntata N. 3
Puntata N. 4
Puntata N. 5
Il mio destino
Puntata N. 1
Puntata N. 2
Il mio destino
       Puntata numero 1

Avete mai sentito dire che le ragazze molto belle sono tutte stupide come oche? O l’altro luogo comune, per cui una ragazza bella è sicuramente molto felice, perché è molto corteggiata, piena di spasimanti, perché tutti sono innamorati di lei?
Ecco, non c’è niente di più sbagliato. Ma sono entrambi pregiudizi molto radicati nella mentalità della maggior parte delle persone, difficili da combattere, come difficoltoso è il cammino per dimostrane il contrario.
Io sono nata ventisette anni fa, e già da bambina ero così bella che i passanti fermavano la mia mamma per strada, per farle i complimenti.
Arrivata a scuola, però, erano cominciati i problemi. La maggior parte delle mie compagne mi evitavano, per gelosia, o per invidia. I ragazzi mi facevano molti complimenti, ma pochi mi invitavano a uscire, forse per paura di ottenere un rifiuto, forse perché non si sentivano all’altezza, forse solo per imbarazzo.
E le volte che qualche ragazzo mi portava fuori, cercava immancabilmente di “saltarmi addosso”. Più volte ho desiderato di avere un aspetto più comune, di non sentirmi diversa. Anche perché ho un carattere abbastanza riservato, che rasenta la timidezza. Non posseggo uno spirito ribelle, non l’ho mai avuto, amo le cose normali, sono una persona semplice e sensibile.
Badate bene... Non mi sto lamentando della fortuna che ho avuto nel nascere così attraente. Solo che il mio aspetto era tutto ciò che la gente sembrava notare di me. Pareva che non fosse importante che io avessi anche un cuore, un cervello, delle idee, dei sentimenti.
Io dovevo apparire, non essere.
Finito il liceo, mi ero trasferita a Milano e avevo cominciato a lavorare, scegliendo l’unico mestiere che tutti, primi degli altri i miei genitori, si aspettavano avrei scelto: la modella. Ma non di quelle che presentano le nuove collezioni, per sfilare su una passerella ci vogliono una verve, uno spirito e una forza che io non ho, che non mi sento di avere. Sono una modella fotografica. Perché, oltre che bellissima, sembra che io sia anche particolarmente fotogenica.
Fu durante un servizio che conobbi Mario.
Mario era l’assistente del fotografo con il quale avrei dovuto realizzare il servizio per la casa di cosmetici di cui ero appena diventata la “testimonial” ufficiale, la Flavour Beauty; il mio volto era stato scelto tra centinaia di altri per rappresentare la casa in tutto il mondo, per diventarne l’immagine. Per intenderci, come Isabella Rossellini è l’immagine della Lancôme e Carol Bouquet quella della Chanel, io lo sarei stata per la Flavour Beauty.
Penso mi avessero scelto per l’insolito contrasto di colori del mio viso. Gli occhi sono scuri, quasi neri, molto profondi, incorniciati da ciuffi di ciglia così folte che molti mi chiedevano se fossero finte. Ma i capelli sono biondi, screziati da venature chiarissime e altre più scure, che creano un effetto ineguagliabile, che nemmeno il più abile dei parrucchieri riuscirebbe a ricreare artificialmente. Li porto lunghi, un po’ spettinati, perché sono naturalmente mossi e mi danno, senza bisogno di permanenti o messe in piega, un aspetto allo stesso tempo selvaggio e dolcissimo. La mia bocca sembra un cuore, le labbra sono carnose senza essere esageratamente appariscenti, fanno da cornice a una fila di denti candidi, talmente perfetti che il mio dentista mi dice, quando mi reco ai periodici controlli, che se tutti avessero dei denti come i miei, la categoria dei dentisti morirebbe di fame. Completa il tutto una carnagione chiara, senza l’ombra di un difetto. Insomma, il viso ideale per reclamizzare dei cosmetici. Avrei fatto venire alla più imperfetta delle donna il desiderio di assomigliarmi, e il mezzo sarebbe stato quello di usare i miei stessi prodotti per il trucco.
Il mio contratto con la Flavour Beauty era molto impegnativo, avrebbe assorbito molto del mio tempo, e avrei lavorato in esclusiva per Franco Monti.
Il nome di Franco Monti significava nell’ambiente della moda fotografica ciò che Oliviero Toscani significa in quello della pubblicità. La fama di Monti non era dovuta solamente alla sua abilità tecnica di fotografo, ma anche alla sua grande professionalità, che comprendeva l’impagabile arte di sapere mettere i soggetti da fotografare a proprio agio. Era l’unico fotografo che avessi incontrato fino a quel momento, per il quale la modella era di più che un corpo e un viso: era una persona, con un carattere proprio, con momenti di malumore, di gioia, voglia di ridere, di piangere, attimi di tristezza e periodi di allegria. La sua bravura consisteva nel riuscire a tirare fuori delle emozioni vere che sarebbero poi trasparite dalle fotografie, dando a queste ultime un tocco più vero, speciale, unico.
Monti era sulla quarantina, un uomo carismatico e affascinante. Anzi, direi proprio bello.
Altrettanto non si poteva dire di Mario la prima volta che lo vidi. Era un paio di centimetri più basso di me, cosa peraltro non particolarmente insolita, dato che io sfioro il metro e settantasette. Aveva sicuramente un bellissimo sorriso, con i denti bianchi e regolari e le labbra morbide e ben disegnate, ma il suo naso sembrava aver subito un devastante incontro di pugilato e gli occhi, seppure azzurri, erano un po’ spioventi e egli davano un’aria perennemente mogia. Però era attivo, saltellava per lo studio come un grillo, scattava al minimo cenno di bisogno, era sempre gentile e disponibile.
La prima volta che mi chiese di uscire, rimasi alquanto sorpresa. Non ci eravamo mai scambiati più che i saluti e poche frasi concernenti il lavoro. Ma la spontaneità con cui mi invitò mi piacque, e accettai con un sorriso.
- Perché no? Cosa mi proponi?
Lui mi guardò con una luce maliziosa negli occhi.
- Uhm... Per il momento, una pizza... Poi vedremo... - Mi rispose, facendomi l’occhiolino.
Scoppiai a ridere. Naturalmente scherzava. - Vada per la pizza, - confermai scarabocchiando su un pezzo di carta il mio numero di telefono. - Qui finiremo verso le cinque. Chiamami alle sette, va bene?
- Contaci, - mi rispose infilandosi il bigliettino in tasca e allontanandosi.
Alle otto venne a prendermi sotto casa. Mi sembrò di cogliere un lampo di delusione nel suo sguardo, quando mi vide con un paio di jeans e una camicia di cotone, scarpe da tennis e capelli raccolti in una coda di cavallo.
- Uh, look sportivo, stasera? - Fu il suo commento.
Lo guardai un po’ stupita. - Beh, hai detto che si andava a mangiare una pizza... Perché, che problemi ci sono?
- Oh, nessuno, - si riprese immediatamente. - Tu staresti bene anche con una tela di sacco.
Quella battuta mi irritò leggermente. Ma cercai di scacciare i soliti pregiudizi dalla mia mente. L’abitudine ai luoghi comuni con cui la gente si esprimeva, aveva purtroppo instaurato in me un meccanismo di difesa, per cui ogni commento che si riferisse esclusivamente al mio aspetto fisico, mi seccava. Avrei preferito sentire dire, per una volta: “sei così simpatica che anche se fossi brutta non mi importerebbe”, piuttosto che “sei talmente bella che anche se non conosci la teoria della relatività di Einstein, non mi importa”.
In effetti, la teoria della relatività l’avevo studiata e compresa e la trovavo molto interessante. Ma se l’avessi detto, credo che avrei suscitato solo ilarità.
Mario mi portò in un localino molto affollato, molto “di tendenza”, di quelli con la musica a volume altissimo, dove le persone vagano per i tavolini con la bottiglia in mano (pare che ultimamente sia più di moda bere a canna, che non dal bicchiere), dove sembra che tutti conoscano tutti, dove ognuno ha sempre qualcosa di cui parlare e qualcosa su cui ridere, dove se non hai il brillante all’ombelico o il telefono cellulare in tasca sei “out”, dove devi essere vestito “trendy” oppure “grunge”. Insomma, uno di quei locali in cui io mi sentivo un pesce fuor d’acqua.
- Sei sicuro che qui facciano le pizze? - Chiesi un po’ intimidita.
Mi guardò intenerito ridacchiando. - No, ma fanno degli ottimi aperitivi... Vieni, ti presento degli amici.
Certo, io mi ero aspettata una cosa del genere “mettiamoci seduti e chiacchieriamo un po’ di noi”, ma nel complesso la serata non fu propriamente un disastro. Mario sembrava molto orgoglioso di avermi al suo fianco, mi presentava a tutti e non perdeva occasione di dire che ero la nuova testimonial della Flavour Beauty.
Uscimmo insieme diverse volte. In effetti, non ero innamorata di lui, né mi sembrava che lui lo fosse di me, ma Mario era gentile e mi rispettava, anche se a volte avevo l’impressione che ci tenesse più a “esibirmi” che non a conoscermi... Ci teneva che fossi sempre elegantissima, come se il mio aspetto fosse sempre più importante di me stessa. Ma io preferivo credere che comunque non avrebbe fatto differenza, se fossi stata meno attraente.
- Ti presento Jenny... Non è un tesoro? - Era solito dire a i suoi amici. E in quel “tesoro” preferivo leggere “è una persona in gamba” che non soltanto “è una ragazza bellissima”.
Jenny non era il mio vero nome. Io mi chiamavo Gianna. Gianna Esposti. Ma il mio agente aveva ritenuto che non fosse abbastanza appropriato alla carriera di una fotomodella, così mi aveva ribattezzato solo “Jenny”, senza cognome, e ormai tutti mi chiamavano così, nell’ambiente della moda. Mario non mi chiamava mai Gianna, anche lui pensava che non fosse adatto a me, quel nome così comune, che non fosse abbastanza “esotico” per una fotomodella.
Alla sesta o settima uscita, non ricordo esattamente, quando Mario mi riaccompagnò a casa di ritorno da una festa chiassosissima, sentii il bisogno di un po’ di tranquillità, di intimità.
- Vuoi salire a bere qualcosa? - Gli chiesi.
Mario mi guardò e sembrò riflettere sulla mia proposta.
- Sì, volentieri.
Quella sera feci l’amore con Mario. Non era la mia prima volta, avevo già avuto delle relazioni, ma pensavo che con lui avrebbe potuto nascere qualcosa di serio. Sentivo proprio il desiderio di avere un compagno, qualcuno con cui dividere la quotidianità della vita, le piccole cose insignificanti, una persona con cui dividere i miei pensieri, di cui essere complice, di cui occuparmi, e che si occupasse e preoccupasse davvero per me.
- Mario, ti piacciono i bambini?
Eravamo sdraiati a letto, nudi, nella penombra, e seguendo il filo dei miei pensieri avevo parlato senza quasi rendermene conto.
- Quali bambini? - Fu la sua laconica risposta.
- Quelli che di solito fanno un uomo e una donna quando si sposano... - Spiegai scherzosamente
- Ma non vorrai mica sciuparti la figura facendo dei figli, no?
- Beh, un figlio è più importante della figura...
Si sollevò e, puntellandosi su un gomito, mi fissò come se gli avessi chiesto se gli piacevano i marziani.
- Ma che discorsi fai? Cosa ti salta in mente?
La sua reazione mi stupì.
- Mah, niente, era solo per dire.... per iniziare un discorso... Siamo usciti tante volte insieme, non abbiamo mai parlato di noi...
- Di cosa dobbiamo parlare?
- Di tutto... Intendo dire, è la prima volta che siamo da soli, io e te. Siamo una coppia, sarei curiosa parlare di ciò che desideri dalla vita, dei tuoi sogni, le tue fantasie, sapere di te, insomma.
- Cosa vuoi sapere di me? In che senso siamo una coppia?
Ero sempre più a disagio.
- Nel senso che siamo insieme, fidanzati, chiamalo come vuoi. E credo che due fidanzati dovrebbero conoscersi, a te non interessa conoscermi?
Mi guardò con un sorriso. - Ma io ti conosco già.
Mi appoggiai alla testiera del letto e mi schiarii la voce.
- No, tu non sai niente di me, non mi chiami nemmeno con il mio vero nome... Non ti interessa sapere chi sono dentro, quello che penso, che provo? Se credo in Dio, se mi piacciono i film polizieschi, che libri leggo, di cosa mi piace parlare?
- Tesoro, - replicò con aria assente, - con quella bocca deliziosa, puoi parlare di qualsiasi cosa, non ha nessuna importanza.

CONTINUA


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