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I nostri amici mi furono vicino, e piano piano la presenza di Nicoletta divenne un’abitudine di pensiero che ci teneva compagnia. Parlavamo di lei, e la ricordavamo come lei mi aveva chiesto di fare: vitale, spensierata, allegra. E ogni volta che si nominava il suo nome, al dolore si sostituiva una dolce nostalgia e la consapevolezza, come mi aveva detto in ospedale, che il nostro amore non era finito. Aveva solo cessato di dimostrarsi nella quotidianità della vita, ma era vivo nel mio ricordo, nella mia mente, nel mio cuore. Non sarebbe mai morto.
La primavera tornò e io ricominciai ad andare in moto. L’avevo messa in garage per i mesi freddi e per una sorta di rispetto a Nicoletta, ma sapevo che lei non avrebbe voluto che smettessi di viaggiare su due ruote. Era una cosa che ci univa, e continuare a farlo sarebbe stato come continuare a tenerla viva dentro di me.
Un sabato mattina i genitori di Nicoletta mi telefonarono per invitarmi a pranzo da loro. Accettai con piacere, erano persone alle quali volevo bene e non c’era motivo di interrompere questa amicizia.
Mi feci una doccia veloce, mi sbarbai e aprii l’armadio per prendere la giacca che usavo solitamente per andare in moto. Era la stessa giacca di pelle nera che avevo indossato quel giorno di tanti anni prima, il giorno che avevo conosciuto Nicoletta. Poi aprii il cassetto per prendere il foulard che mettevo sempre al collo. Ma la mia mano si diresse, come se qualcosa di inconscio la stesse attirando, verso il fondo del cassetto. Da sotto altri indumenti, spuntava un angolo di un vecchio fazzoletto di seta di mia moglie. Lo presi in mano e lo osservai, mentre un sorriso mi illuminava il viso al sorgere dei ricordi.
Avevamo comperato insieme quel fazzoletto, sulla bancarella di un mercato, quella volta che eravamo andati ad assistere al Palio di Siena. Nella confusione, lei aveva perso il foulard che portava e non voleva viaggiare senza un fazzoletto al collo. Era un’abitudine di noi motociclisti, così ne avevamo acquistato uno nuovo alla fiera allestita ai bordi di Piazza del Campo.
Mi allacciai quel fazzoletto al collo e uscii di casa.
I genitori di Nicoletta mi aspettavano per mezzogiorno ed erano solo le dodici meno venti, e la giornata era splendida, così me la presi comoda e decisi di allungare il tragitto di qualche chilometro. Senza accorgermene, mi ritrovai diretto verso il punto in cui Nicoletta mi aveva visto armeggiare sulla moto e mi aveva scambiato per un ladro. Quanti bei ricordi, pensai. E’ vero, sono stato anch’io un uomo fortunato. Ho avuto una vita piena, un grande amore che mi conforta ancora adesso e...
Sentii un tuffo al cuore. Sul ciglio della strada, a pochi metri da me, era ferma una grossa moto rossa da strada, un’Honda “VFR” come quella di Nicoletta. Una figura in piedi la osservava con aria sconfortata, con le mani sui fianchi.
Aspettai che il cuore riprendesse un ritmo quasi normale, poi sbattei gli occhi. Probabilmente avevo avuto un miraggio.
Ma quando li riapersi, la moto e la figura erano ancora al loro posto. Lentamente, mi avvicinai.
- Salve... posso aiutarti? - Chiesi stupito del mio stesso gesto.
La ragazza alzò il viso e mi guardò con un aria diffidente, accennando un sorriso. Era giovane e carina, alta e non molto snella, coi capelli raccolti in una treccia bionda e indossava un paio di occhiali da sole scuri.
- Beh, non so...
- Che è successo? - continuai. - Problemi al motore?
- Non ridere, - mi rispose, - ma credo di aver finito la benzina... ho il segnalatore della riserva guasto, e non ho controllato quanti chilometri ho fatto dall’ultimo pieno... - mi spiegò sorridendo. Poi si tolse gli occhiali e mi guardò. - Non è che saresti così gentile da accompagnarmi a un distributore? Mi faccio dare una tanica e poi mi riporti qui... sai, da spingere per dei chilometri, pesa, questa moto...
Ma io non la stavo ascoltando. Stavo guardando i suoi occhi. Io li avevo già visti, quegli occhi. Li avevo visti per la prima volta proprio in quella città, in quella strada, sotto lo stesso sole, anche se non in quel viso.
- Ehi, allora, mi accompagni... Ma che hai, perché mi guardi così? - Mi stava chiedendo la ragazza con aria leggermente stupita. - Ti ho già visto? - Mi domandò subito dopo. - C’è qualcosa di familiare in te che... ma no, forse mi sbaglio, scusa... ah, ecco, dev’essere il foulard che porti al collo. Ne ho uno simile anch’io.
- No, - le dissi scuotendo lentamente il capo, attonito. - Non ci siamo mai visti, non ci conosciamo, sono sicuro. Ma possiamo rimediare subito, - le dissi porgendole la mano. - Claudio Masi, piacere.
- Piacere... io sono Elena, - mi rispose. La sua mano era fresca e ferma. - Allora, mi accompagni?
Le sorrisi e lei mi guardò senza capire. Certo, come avrebbe potuto sapere ciò che stavo pensando? E se lo avesse saputo, non ci avrebbe mai creduto.
- Certo, Elena. Salta su, - le dissi facendole posto sul sellino posteriore della mia Ducati gialla.
E poi partimmo, tutti e tre. Io, Elena sulla mia moto con le mani strette intorno alla mia vita e Nicoletta nel mio cuore che mi sorrideva felice e serena.
FINE
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