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I medici mi dissero che le funzioni cerebrali di Nicoletta erano attive, stabili e normali. Ma non si muoveva. Era completamente paralizzata. Nessuno era in grado di dirmi se sentiva dolore o se era incosciente, se udiva le voci o sentiva gli odori. Sapevano solo che era viva, ma immobile. Come morta, ma non morta.
Le ferite superficiali erano poche e lievi. La tuta di pelle, con le sue imbottiture e le sue protezioni, e il casco l’avevano salvata. Non aveva neppure un osso fratturato. Ma non era in grado di compiere nemmeno il più piccolo movimento. Aveva subito delle lesioni interne, ma ancora i medici non erano in grado di dire quanto fossero gravi oppure curabili e guaribili.
Quando mi fu permesso di entrare nella sua stanza, diverse ore più tardi, mi stupì l’espressione serena e placida dipinta sul suo volto. Per un attimo pensai che la vita l’avesse abbandonata, ma il “bip” dello strumento che monitorizzava il suo battito cardiaco e il grafico verde del suo cuore che batteva regolarmente disegnato sullo schermo nero sopra il letto affermavano che era ancora viva.
Ma era paralizzata. Non paralizzata nel senso che non poteva muovere le gambe: era immobile, non poteva neppure sorridere o aprire gli occhi. Se anche il suo cervello stava ordinando alle sue palpebre di alzarsi, e io questo non potevo saperlo, i suoi muscoli si rifiutavano di obbedire.
Mi sedetti accanto al letto e presi una mano priva di forza tra le mie. Il viso di Nicoletta era disteso, liscio, pulito. C’era solo un piccolo segno rosso sotto il mento, dove il fermaglio di chiusura del casco le aveva provocato una leggera abrasione. Sorrisi, pensando a quante volte le avevo suggerito di cambiare quel fermaglio.
- E’ duro, se prendi un colpo, non ti fai male alla testa ma ti laceri la pelle del collo, - le dicevo sempre. - E visto che la tua pelle la accarezzo io, è un mio diritto che sia sempre liscia e senza ferite, - scherzavo.
Lei scrollava la spalle e rideva, quella sua risata fantastica che mi faceva venire voglia di prenderla tra le braccia e fare l’amore con lei, in qualsiasi posto ci trovassimo, qualsiasi ora fosse.
Non so quante ore passai seduto accanto a Nicoletta, a quello che rimaneva di lei. Sentivo che il suo spirito era ancora vivo, dietro quegli occhi chiusi, ma il pensiero di non potere più comunicare con lei mi stringeva il cuore in una morsa insostenibile.
Non potevo credere che la mia Nicoletta, con tutta la sua vitalità, la sua voglia di libertà, di vivere, di avventura, potesse essere ridotta a un vegetale. C’era qualcosa di profondamente sbagliato in tutto questo. Non era solo l’egoistico dolore per la sua mancanza, era un’ingiustizia, un’assurdità.
Appoggiai il mio viso sul letto, e poi appoggiai la sua mano inerte sulla mia guancia. Era calda, morbida, come al solito. Doveva essere appena sorta l’alba quando mi addormentai, in quella posizione, vinto dalla stanchezza e dalla disperazione.
Mi svegliai con qualcosa che mi batteva leggero sulla pelle. Stavo sognando che mi trovavo per strada, con Nicoletta a pochi passi da me, ma a un certo punto cominciava a piovere, e la pioggia si faceva così spessa che diventava un muro tra me e mia moglie, e io non potevo più raggiungerla.
Ma quella che mi tamburellava sulla guancia non era pioggia. Una scarica di adrenalina mi riportò immediatamente alla realtà.
Nicoletta stava muovendosi! Sì, era proprio il suo dito che batteva sulla mia pelle, anche se il movimento era quasi impercettibile, ero sicuro che era stato cosciente e volontario!
Sollevai la testa e presi delicatamente la sua mano dentro la mia. Il mio cuore batteva così forte che mi sembrava di poterne sentire il rumore echeggiare in tutta la stanza.
Respirai profondamente e cercai di calmarmi. La fissai negli occhi ancora serrati e le parlai.
- Nicoletta, - le sussurrai con voce il più ferma possibile. - Nicoletta, mi senti?
Nessuna risposta. Nessuna reazione.
- Nicoletta, amore. Sono io, Claudio. Mi senti?
Aspettai un altro secondo. Ora c’era nella camera un silenzio quasi irreale, pesante, insopportabile. Stavo per aprire la bocca per chiamarla di nuovo, quando il suo dito indice si sollevò di circa mezzo centimetro.
Una lacrima mi scese lungo il viso, ma non badai neppure ad asciugarla. Non c’era tempo, ora. Non potevo sprecare energie a piangere, Nicoletta aveva bisogno di tutta la mia attenzione.
- Nicoletta, se mi senti, muovi di nuovo il dito.
Un paio di secondi, che mi sembrarono un’eternità, poi vidi con i miei occhi l’indice di Nicoletta sollevarsi e riabbassarsi piano sul palmo della mia mano.
- Se mi riconosci, batti due volte, ora. Su, tesoro, fammi capire che ci sei... che mi senti...
Quando il dito si rialzò quasi subito essersi riabbassato, il sollievo che provai fu indescrivibile. Nicoletta sentiva, capiva, era cosciente. Un’altra lacrima mi scese lungo il viso.
E’ incredibile, quando tutto sembra finito, come una cosa che in situazioni normali sembrerebbe ridicola nella sua pochezza, possa ridare tanta gioia e tanta speranza.
Chiamai il medico con il campanello posto vicino al letto, senza spostarmi di un solo millimetro dalla mia Nicoletta.
Nicoletta fu subito sottoposta a un’altra TAC e ad altri esami.
Quando finalmente il medico tornò a parlarmi, mi disse mestamente che non condivideva il mio stesso entusiasmo.
- Sua moglie è viva, signor Masi, ma le lesioni interne subite sono gravi e non sono in grado di assicurarle che potrà riprendersi. E anche se le sue condizioni migliorassero, non posso pronunciarmi sul livello di ripresa delle normali funzioni.
- Ma lo ha visto anche lei, dottore... Nicoletta è cosciente, capisce perfettamente quello che le accade intorno! Sta già migliorando! - Obiettai con veemenza.
- Io la capisco, - mi spiegò il medico, - non creda che non sia dalla sua parte. E Dio solo sa quanto preferirei dirle che Nicoletta tornerà a casa tra breve e riprenderà la sua vita normale. Ma non posso dirlo.
Poi tentò di illustrarmi scientificamente, in termini che feci fatica a comprendere, il quadro clinico di Nicoletta.
- Sua moglie sta soffrendo fisicamente, - concluse, - e dovremmo somministrale della morfina per placare i dolori... quindi tra breve sarà nuovamente incosciente e...
Scossi la testa e lo interruppi con un gesto della mano.
- Come fa a sapere che soffre? Le ha parlato?
- Parlato? Ma sua moglie non può parlare, signor Masi...
Sorrisi. - Dottore, mi scusi, ma questo non è esatto. Niente morfina, per adesso. E ora mi scusi, devo tornare da lei.
Osservai il viso di Nicoletta. Era disteso, e non vi era traccia di dolore. Mi sedetti al mio posto e le presi nuovamente la mano.
- Eccomi, tesoro, sono tornato... mi senti? Un colpo è sì, due colpi no, - le dissi cominciando a stabilire un codice con il quale sapevo che avremmo comunicato per i prossimi tempi.
Nicoletta sollevò il dito una volta.
- Il medico mi ha detto che stai soffrendo e che vorrebbe metterti sotto morfina. Senti dolore?
Un colpo. Ne attesi invano un altro che non arrivò.
- Oh, tesoro... vuoi che chiami l’infermiera, allora? Con un’iniezione di morfina il dolore passerebbe e...
Due colpi sulla mano mi zittirono.
- Preferisci rimanere cosciente?
“Sì,” mi rispose nel nostro nuovo linguaggio.
- Ma promettimi che se il dolore aumenta permetterai loro di placarlo, hai capito?
“Sì,” mi comunicò di nuovo.
Poi mi batté più volte sulla mano. Stava cercando di comunicarmi qualcosa? Mi fece capire che era così.
Era straziante, e per un attimo credetti che non ce l’avrei fatta. Ma Nicoletta aveva bisogno della mia forza d’animo e io non l’avrei delusa. Eravamo passati attraverso tante avversità, nel corso degli anni, e le avevamo sempre superate insieme. E ora, avremmo superato anche questa prova, che era la più difficile. Ma non l’avrei abbandonata.
Presi un foglio e una penna e le spiegai come fare per parlarmi. Avrei recitato le lettere dell’alfabeto e lei mi avrebbe fermato quando fossi arrivata a quella giusta. Lentamente, mi avrebbe parlato. Parola per parola, l’avrei di nuovo ascoltata. So che può sembrare estenuante e incredibile, ma quel movimento del dito era l’unico filo di comunicazione tra noi. Non mi importava se avessi dovuto impiegare un’ora per capire una frase. La mia Nicoletta doveva parlarmi e io l’avrei ascoltata.
“Ti amo”, furono le sue prime parole di senso compiuto. Le accarezzai la fronte delicatamente.
- Oh, cara, anch’io ti amo... non devi avere paura, io sono qui con te e non ti lascerò. E presto guarirai.
“No”, mi disse. “So che non guarirò. Ma non ha importanza”.
Mi spaventai. Non potevo permetterle di perdere la speranza.
- Ti prego, Nicoletta, non dirlo neppure per scherzo... se ti perdessi, non potrei più vivere neppure io. Tu devi guarire. Mi hai capito? Devi guarire, Nicoletta, e io ti aiuterò a farlo.
“No”, insistette. “Ma non devi essere triste per me. Io ho avuto una vita splendida. E lo devo a te. Tu mi hai fatto felice oltre ogni aspettativa. Ora il mio tempo è finito”.
Non la interruppi, e ciò che mi comunicò in seguito resterà per sempre impresso, parola per parola, nella mia mente.
“Non piangere per me. Non disperarti. Il nostro amore non è finito. Io sto per lasciare questa vita, ma tu devi fare una cosa per me. Devi donare i miei organi. Gli occhi, il cuore, tutto ciò che può servire per guarire altre persone. Così non morirò mai, capisci? Sarò sempre viva, sempre presente, anche se non più nel mio corpo”.
La ascoltavo, la capivo e la amavo, ma continuavo a credere che non sarebbe morta e che tutto questo non sarebbe stato necessario.
“Voglio che tu mi ricordi com’ero. Come l’ultima volta che abbiamo fatto l’amore. Come siamo sempre stati. Dovrai continuare a vivere anche per me, e ad andare in moto anche per me. E un giorno, incontrerai un’altra donna e la amerai, come hai amato me”.
Il medico entrò nella stanza, ma io scossi il capo e gli feci cenno di uscire.
- Amore mio, io... io non potrei amare un’altra donna. E non voglio vivere senza di te. Ti prego, non lasciarmi...
“Io non ti lascerò mai. Ma tu devi promettermi che farai ciò che ti ho chiesto”.
Non riuscii a trattenere le lacrime. Nicoletta mi stava sfuggendo. La sua vita si stava assottigliandosi sempre più.
- Ora basta, tesoro, riposati... - la pregai.
“Promettilo”, mi ripeté.
- Te lo giuro.
“Ti amo, Claudio”, furono le ultime parole che mi comunicò con l’unico gesto che poteva fare. E per ultimo, aveva fatto il mio nome.
Nicoletta morì il mattino seguente. Come le avevo promesso, diedi immediatamente l’autorizzazione affinché tutti i suoi organi sani venissero espiantati per essere donati a pazienti bisognosi.
La sera stessa che tornai a casa, ricevetti la telefonata del medico dell’ospedale che mi annunciava che entrambi gli occhi di Nicoletta erano stati trapiantati con successo. Naturalmente, non mi avrebbe detto a chi erano andati, ma mi disse che grazie al nostro gesto ora c’era una persona che poteva nuovamente vedere e vivere una vita normale. E in quella persona, Nicoletta avrebbe rivissuto, concluse commosso.
Tra quelle pareti, tutto mi parlava di lei. Le foto dei nostri viaggi appese alle pareti, le lenzuola nelle quali avevamo dormito insieme, il suo spazzolino sul lavandino in bagno. Non credevo che ce l’avrei fatta a continuare a vivere senza di lei.
Ma poi, giorno dopo giorno, mi resi conto che così facendo non avrei tenuto fede alla promessa che le avevo fatto. Sì, Nicoletta mi aveva fatto promettere di andare avanti anche per lei, ed era l’ultima cosa che mi aveva chiesto. E io dovevo accontentarla.
CONTINUA...
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