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PARTE SECONDA - racconta Claudio
“Accidenti”, pensai con un lampo di rabbia. “Ma che diavolo ha questo motore, oggi?”
Le Ducati sono le moto più belle del mondo, secondo me. Ma, come tutte le cose rare e preziose, sono delicate. Hanno bisogno di cure e attenzioni come un neonato. Come un bambino, regalano enormi soddisfazioni, ma quanta fatica...
Mi accostai al ciglio della strada, spensi il motore, misi la moto sul cavalletto e scesi. La osservai per un istante affranto, poi sospirai profondamente e mi inginocchiai a controllare la cinghia di trasmissione. Forse si stava spezzando, perché quel rumore brutto veniva proprio dal secondo cilindro...
- Ehi tu! Cosa stai facendo?
Mi voltai istintivamente verso quella voce sconosciuta, senza neppure essere sicuro che si stesse rivolgendo a me.
- E’ tua quella moto? - Continuò quella scocciatrice dalla faccia tosta. Il mio primo impulso fu di mandarla pesantemente a quel paese, ma mi trattenni e decisi di metterla sul ridere.
- No, - risposi cominciando a divertirmi, - è di mia nonna che è andata a farsi una corsa a piedi e me l’ha lasciata in custodia.
Non chiedetemi come abbia fatto a notarlo, dato che la signorina saputella aveva ancora su il casco, ma sono sicuro di averla vista arrossire.
Furono queste le prime parole che scambiai con Nicoletta. Certo, da un inizio così non si sarebbe mai detto che sarebbe stata la donna della mia vita e che da quel momento non ci saremmo mai più lasciati.
Sì, forse ci saremmo separati per qualche tempo per poi ritrovarci sotto un aspetto diverso, ma quando nel libro del destino è scritto che due persone si appartengono, non c’è modo per cui possano veramente dividersi.
Quella stessa sera feci l’amore con Nicoletta per la prima volta. Le ragazze non mi erano mai mancate, ma con lei fu tutto diverso, fu come se facessi l’amore davvero per la prima volta in assoluto. Capii finalmente la differenza tra il sesso e l’amore, e soprattutto capii che ero perdutamente innamorato di lei.
D’altronde, come avrei potuto non esserlo? Nicoletta non era una bellezza, anche se io la trovavo la donna più attraente del mondo, ma quello che mi aveva colpito di lei era il suo spirito, la sua intelligenza, la sua simpatia, la sua eterna allegria. Sapeva sempre mettermi di buon umore e, per la prima volta, avevo trovato una donna che condivideva la mia stessa passione per le moto! Cosa avrei potuto desiderare di più?
Non le chiesi mai ufficialmente di sposarmi, non ci fidanzammo mai nel vero senso della parola, eppure nemmeno due mesi dopo eravamo di fronte a un prete che ci dichiarava marito e moglie per tutta la vita, “finché morte non vi separi”, aveva detto. Non sapeva che per due che si amano come noi, ci sarebbe voluto ben altro, per separarci davvero?
Da bravi sposini, scegliemmo di passare la luna di miele nella località più romantica del mondo, la costiera amalfitana. Solo che, da avventurieri un po’ matti quali eravamo, pensammo di farlo solo tanti anni dopo esserci sposati. Ma che importava? Ogni giorno passato insieme era una nuova festa e ogni notte era più appassionante della prima notte di nozze, quindi, che differenza faceva? Noi avevamo ancora lo stesso entusiasmo del giorno in cui ci eravamo conosciuti. Niente aveva cambiato, né avrebbe mai potuto cambiare, né cambierà mai il sentimento che ci lega e che ci tieni uniti, ancora oggi, anche se in un modo probabilmente difficile da comprendere al resto del mondo.
Il viaggio, quella domenica mattina, era iniziato con un bacio che Nicoletta mi diede prima di salire sulle nostre rispettive moto. Io avevo una Ducati (le vecchie passioni non si spengono mai!), sempre gialla, anche se naturalmente era un modello molto più recente di quello che guidavo al tempo che avevo conosciuto Nicoletta. Lei, sempre fedele alle moto giapponesi, aveva ancora un’Honda, sempre rossa, ma molto più potente di quella in sella alla quale mi aveva “abbordato” tanti anni prima.
- Ehi, se mi baci ancora così, in mezzo alla strada, ci arrestano per oltraggio al pudore... - le avevo detto quando le sue labbra si erano staccate dalle mie. Avevo sentito in quel bacio un amore infinito. E’ strano, io e Nicoletta ci eravamo baciati chissà quante volte, in tanti anni, ma in quel bacio avevo sentito una punta di disperazione, un sapore estremo che non ero riuscito a spiegarmi.
Nicoletta mi aveva guardato ed era scoppiata a ridere, dissolvendo in un sorriso il mio disagio.
- D’accordo, basta che ci mettano in cella insieme... Ora partiamo, così facciamo in tempo ad arrivare per l’ora di pranzo, e poi subito in spiaggia...
Come al solito, Nicoletta stava davanti e io la seguivo. Non era certo per controllarla, lei era una pilota eccezionale, prudente ma abile e sicura. Era solo perché mi piaceva guardarla e sapere che era mia, e spesso mi divertivo a osservare gli sguardi ammirati dei passanti che la vedevano sfrecciare su quel bolide rosso, magari con una punta d’invidia, e mi sentivo orgoglioso e fortunato di essere il suo uomo.
Fu subito dopo Roma che per un attimo mi sembrò che rallentasse. Mi guardai intorno: la strada era quasi deserta, la temperatura ottimale, il cielo limpido. Forse doveva fare il pieno di benzina... ma no, subito dopo riprese la normale andatura. Non so spiegarmi come, ma ebbi la sensazione che mi stesse osservando dallo specchietto retrovisore e che mi stesse sorridendo.
Il contachilometri indicava poco più di centodieci all’ora, una media più che tranquilla in quelle condizioni. L’asfalto era perfetto e l’orologio vicino al contagiri segnava le undici di mattina. Un cartello bianco dal bordo rosso indicava che la strada stava per scollinare, e Nicoletta si portò all’estrema destra della carreggiata. La vidi salire sul dosso. Ero dietro di lei di cento, forse centocinquanta metri, e da quel punto la mia visone era più ampia della sua che stava per raggiungere la cima del dosso.
Accadde tutto talmente in fretta che solo molte ore più tardi fui in grado di ricostruire nella mia mente la sequenza degli avvenimenti. Vidi il telone verde del camion, per primo, profilarsi sopra la strada. Credo che per un istante io abbia persino incontrato lo sguardo ebete del camionista, che si sarebbe scoperto in seguito ubriaco fradicio, ma di questo non sono sicuro. Ma lo stridio dei freni e il fracasso dello schianto, quello me lo ricordo bene. E poi la scena agghiacciante.
La moto, ridotta immediatamente a un ammasso informe, che volava da una parte, alla mia sinistra, e Nicoletta dall’altra, sulla destra, finendo distesa come un foglia spazzata dal vento sul campo di papaveri che correva lungo l’asfalto. Il camion che usciva dall’altro lato della strada e che si adagiava, come uno stanco pachiderma, su un lato, mentre le ruote che giravano a vuoto cercavano un attrito che l’aria non poteva offrire.
Frenai così bruscamente che lasciai mezzo pneumatico sul cemento. Non misi neppure la moto sul cavalletto, la abbandonai per terra e corsi verso mia moglie.
Il casco era ancora saldamente allacciato sotto il mento. Le bussai contro la visiera, oltre la quale gli occhi erano chiusi e la bocca leggermente aperta. Non c’era sangue. Bussai di nuovo, mentre il cuore stava per scoppiarmi nel petto. Chiamai il suo nome, prima a voce bassa, come se avessi avuto paura di disturbarla in un momento tanto cruciale, poi sempre più forte, finché la mia voce non si trasformò in un urlo disperato. Avrei voluto scuoterla, farla tornare in sé con la forza, ma sapevo che era l’ultima cosa da fare, se aveva subito delle lesioni alla schiena o al collo avrei solo peggiorato la situazione. Le sfilai velocemente un guanto e le tastai il polso. Grazie a Dio, sentii pulsare il sangue sotto il mio pollice stretto sulla sua vena.
Le sollevai la visiera facendo attenzione di non spostarle il collo. Riuscii appena a sfiorarle le labbra con una mano. Respirava ancora. Invocai di nuovo il suo nome. Le strinsi ancora la mano, mentre il panico cominciava a impedirmi di pensare coerentemente e le lacrime mi annebbiavano la vista.
Sentii due braccia cingermi le spalle da dietro e tentare di sollevarmi e allontanarmi con gentilezza. Per un attimo persi la cognizione del tempo e dello spazio e mi lasciai spostare di qualche spanna. C’erano due uomini che non conoscevo, che mi dissero qualcosa circa un’ambulanza che era già stata chiamata, ma non ricordo esattamente le parole. Ricordo solo il tono della voce, garbato, pietoso, dal lieve accento romano.
Ripercorsi e rividi quello schianto mille volte, durante il tragitto verso l’ospedale, e nella sala d’attesa del pronto soccorso prima, poi del reparto rianimazione, della terapia intensiva più tardi.
Perché, mi domandavo, perché? Dov’era la giustizia divina da cui il mondo in cui vivevo avevo sempre creduto fosse governato? Perché un uomo talmente stolto da mettersi al volante dopo aver bevuto aveva il diritto di spezzare una vita?
Quando seppi che l’autista era uscito quasi illeso dall’incidente, che se l’era cavata con una gamba spezzata, il mio primo istinto fu quello di salire nella camera dove era stato ricoverato e ucciderlo con le mie mani. Occhio per occhio, diceva la Bibbia. Ma non sarebbe servito a nulla, e quell’uomo avrebbe già dovuto vivere con un rimorso così grande da togliergli il sonno per il resto della vita. Era una vendetta sufficiente.
CONTINUA...
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