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Nascosi il volto tra le mani e rimasi in silenzio, al buio delle mie dita. Mi ci vollero diversi minuti prima di ritrovare la forza di parlare. Alzai gli occhi e guardai Lucia, non si era mossa di un solo passo. Mi fissava senza sorridere, senza ombra di compassione o vergogna sul bel viso.
- Ma come puoi anche soltanto chiedermi una cosa del genere... Non ce l’hai un po’ di pudore?
Lei spostò il peso da un piede all’altro, unico segno di insofferenza. Poi sospirò profondamente e parlò con tono basso, fermo. Come faceva a restare così calma?
- Simone, non metterla tanto dura, non ti ho detto niente di sconvolgente, solo la verità. Preferiresti che fossi così ipocrita da non informarti di come stanno le cose?
- Ma che cos’hai al posto del cuore, Lucia? Piombo? Come puoi anche solo immaginare che potrei accettare una situazione del genere? E’ una cosa pazzesca...!
- E smettila di fare tutte queste scene! La situazione, come la chiami tu, non è affatto pazzesca! Al contrario, è molto semplice: mi hai chiesto di sposarti e io ti ho risposto di sì. Però sono incinta, e mi sembra giusto che tu lo sappia prima del matrimonio!
- Ti rendi conto di cosa mi sta chiedendo?
- Non ti sto chiedendo nulla, Simone. Ti sto solo dicendo che se vuoi passare la vita con me, a me sta bene. Ti amo, ti ho sempre amato e non ho mai smesso. Ma tu mi hai lasciato, io ho avuto una relazione con un altro, e sono rimasta incinta. Quindi se sposi me, dovrai anche diventare il padre di questo bambino.
- E secondo te a me dovrebbe non importare che il figlio sia di un altro? Hai delle gran belle pretese, Lucia...
- No! - Gridò adirata. - No, tu hai delle belle pretese! Torni qui dopo mesi, come se niente fosse successo... E dopo anni in cui io volevo sposarti e tu hai sempre abbozzato, mi chiedi... anzi, scusa, mi comunichi che hai deciso di sposarmi! Così, da un momento all’altro... Bene, a me sta bene. Accetto di prenderti anche così come sei, prepotente, egoista e impulsivo. Però tu devi accettare di prendere me come sono. Cioè in attesa di un figlio.
La rabbia e la gelosia che provavo erano così intense che dovetti combattere contro l’impulso di prenderla a schiaffi.
- Chi è il padre? - Chiesi in tono volutamente schifato.
Lucia tornò di nuovo imperscrutabile.
- Non ha importanza.
- Beh, ne ha per me! - Esplosi scattando in piedi e cominciando a camminare nervosamente per la stanza. - Se permetti, vorrei almeno sapere chi dovrei ringraziare per questo bel regalo di nozze!
Lucia non batté ciglio.
- E’ uno qualsiasi. Uno che conta niente per me.
- Conta così poco che ci sei andata a letto e ti sei fatta mettere incinta!
- Non hai nessun diritto di parlarmi così! Sei stato tu a lasciarmi, e io ero libera di fare ciò che volevo e di andare con chi volevo. Io non ti ho chiesto cosa hai fatto in questi mesi, né con chi sei stato, e quindi credo che anche tu dovresti fare altrettanto.
- Io non ho messo incinta nessuna, però, - tentai di difendermi. Ero accecato dalla rabbia. - Io non ti ho mai tradito.
- Nemmeno io ti ho mai tradito, e lo sai bene. Ma quando mi hai mollato ho passato un momento orribile. Stavo malissimo, mi sentivo sola e disperata. Ho incontrato quest’uomo e per un attimo ho creduto di potermi consolare con lui... Avevo bisogno di un po’ di tenerezza e lui me l’ha data. Ma nessuno dei due aveva intenzione di portare avanti una storia, ognuno per i propri motivi... era finita ancora prima di incominciare...
- Era sposato?
Lucia scrollò le spalle.
- Non ha importanza.
- Voglio sapere chi è, - ripetei.
- Non intendo dirtelo, Simone, smettila di chiedermelo, lui non c’entra niente con noi. Se vuoi saperlo, non sa nemmeno che aspetto un figlio, e anche se tu non fossi tornato non glielo avrei detto lo stesso.
- Ma allora perché non abortisci?
Lucia alzò la testa di scatto.
- Non se ne parla nemmeno. Ho già preso la mia decisione, terrò il figlio, con o senza di te.
- Bella coppia fareste... Un bastardo e una puttana! - Dissi con cattiveria, con intenzione di ferirla. Non era colpa mia, non riuscivo a controllarmi. L’idea che Lucia, la mia Lucia, fosse stata con un altro mi faceva venire voglia di vomitare.
La smorfia addolorata che offuscò l’azzurro dei suoi occhi mi fece capire che le mie parole avevano colpito duro.
- Bene, Simone. Sei stato molto chiaro. A questo punto, puoi anche andartene. Addio.
Abbassai gli occhi. Stavo male da morire.
- Scusami, Lucia, - dissi dopo qualche istante. - Non volevo offenderti. E’ solo che... che...
- Ti capisco, Simone. Non pretendo che sia facile, per te. Ma anche tu devi sforzarti di capire me: a me non interessa chi è il padre biologico, questo figlio che mi porto dentro è mio, solo mio. Se vuoi, sono pronta a dividerlo con te, e diventerà nostro figlio. Lui non c’entra nulla, non ha nessuna colpa, non dovrà mai sapere niente. Lo cresceremo come se fosse nostro... anzi, sarà nostro, se tu lo vorrai. La decisione spetta a te, solo a te...
Uscii da casa di Lucia con una tale confusione nella mente che facevo quasi fatica a stare in piedi. Salii in macchina e feci scattare la sicura della portiera, come se chiudere fuori a chiave il mondo esterno potesse aiutarmi a riflettere, a vedere chiaro.
Per quanto Lucia cercasse di sdrammatizzare, avevo ragione io... era una situazione assurda! Come poteva chiedermi di allevare il figlio di un altro? E poi aveva il coraggio di dirmi che mi amava... Beh, se mi avesse amato davvero, non sarebbe andata con un altro! D’accordo, io me n’ero andato, l’avevo lasciata dopo quasi cinque anni, da un giorno all’altro, e su quello poteva trovarmi d’accordo, ero impulsivo, volubile, egoista, ma... Santo cielo, lei era incinta di uno sconosciuto! E voleva che io facessi finta di niente!
Guardai fuori dal finestrino. Era sceso il buio. L’orologio del cruscotto segnava quasi le otto. Scossi la testa e accesi la macchina, uscii dal parcheggio e cominciai a guidare, mentre i pensieri continuavano a rincorrersi senza ordine nella mia mente.
Amavo Lucia, avevo sempre saputo che era la donna giusta per me, e sapevo che anche lei mi amava sinceramente. Anzi, ero sempre stato talmente sicuro del suo amore che avevo dato per scontato che lei ci sarebbe sempre stata, che mi avrebbe aspettato. Su una cosa aveva ragione: avevo una bella faccia tosta, a tornare dopo tre mesi, e come se fosse la cosa più naturale del mondo, dirle che avevo finalmente deciso: ci saremmo sposati, proprio come lei aveva sempre voluto! E avevo dato anche per scontato che lei facesse i salti di gioia. E in effetti, in parte era stato così: lei era veramente felice di sposarmi, ma...
Ma c’era questo maledetto bambino di mezzo! E lei la faceva sembrare la cosa più normale del mondo! Nessuno avrebbe saputo niente, avrebbero pensato tutti che era figlio mio, al limite che l’avevamo concepito prima del matrimonio, ma che importanza aveva, al giorno d’oggi?
No, non avrei mai potuto vivere con questo segreto nel cuore. No, non sarebbe proprio mai stato possibile. Le avrei detto di no. Senza rancore, ma non mi sarei prestato a questa finzione.
Però così l’avrei persa. Forse lei un giorno sarebbe diventata la moglie di un altro, avrebbe vissuto la sua vita senza di me. Forse avrebbe avuto dei figli, altri bambini di cui io non sarei stato il padre...
Girai per la città senza meta per un paio d’ore, forse di più, non ero molto lucido. L’ora di cena era passata da un pezzo, ma non sentivo fame. Sentivo solo dolore, confusione, incertezza.
Continuai a guidare finché non mi trovai in periferia. Per la verità, non sapevo esattamente dov’ero, ma certo non era una zona che ero solito frequentare. Accostai al ciglio della strada, mi fermai e mi guardai intorno: alla mia destra, non c’erano che campi aperti; sulla sinistra un gruppo di case, sparute e mezze diroccate. Forse mi ero perso.
Posai la testa all’indietro e chiusi gli occhi, sospirando di sconforto. “Ci mancava solo questa”, pensai, “smarrirsi in mezzo a questa landa desolata è l’unica conclusione logica di una giornata come questa”.
Mi feci coraggio e mi sforzai di aprire gli occhi. Improvvisamente, mi aveva colto una spossatezza inusuale. Colpa della tensione, naturalmente, ma non potevo permettermi di addormentami in mezzo alla strada.
A un certo punto, notai una luce tra le case, forse l’insegna di un bar, o di una trattoria. Ingranai la marcia e mi diressi in quella direzione. Sì, era proprio un bar, “Bar Monica” c’era scritto a caratteri al neon, anche se la B era accesa solo a metà.
Parcheggiai, notando che la mia era l’unica vettura, ma la porta del locale era aperta, quindi doveva esserci qualcuno dentro.
Entrai e mi diressi al bancone. C’era una ragazza intenta a pulire i bicchieri che mi dava le spalle. Probabilmente mi aveva sentito entrare, perché come mi sedetti su uno degli alti sgabelli un po’ traballanti, ricoperti in finta pelle, si voltò e mi sorrise.
Mi chiese cosa desideravo, ma io non le risposi. Stavo guardando i suoi occhi. Erano blu, come quelli di Lucia, ma erano tanto più scuri, più profondi. Due specie di pozze senza fondo, senza fine. Splendevano come stelle, sul viso giovane e bianco, stranamente luminoso persino alla luce fioca del locale. Poteva avere diciassette, diciotto anni, non di più. I suoi lineamenti non erano particolarmente belli, ma il sorriso era così dolce che metteva serenità. Sarei rimasto incantato a guardarla per ore.
La ragazza ripeté la domanda, sempre con la stessa calma e cortesia, e io la sentivo, ma non riuscivo a risponderle. Ero come assorto in un incantesimo.
Poi lei mi sorrise di nuovo, e allungò una mano sotto il bancone. Con la coda dell’occhio, vidi che stava appoggiando un bicchiere davanti a me. Poi lo riempì di un liquido ambrato. Non mi chiesi neppure cosa fosse, sollevai il bicchiere e lo portai alle labbra.
Il liquore mi riscosse. Vuotai il bicchiere tutto d’un fiato, benedicendo il calore che mi scendeva nello stomaco. Ne avevo proprio bisogno.
Posai il bicchiere e la ragazza lo riempì di nuovo. E di nuovo io lo vuotai chiudendo gli occhi, in pochi sorsi avidi. Quando riappoggiai il bicchiere per la seconda volta, mi aspettavo inconsciamente che la ragazza lo riempisse di nuovo. Ma la sua mano non si mosse. Allora alzai lo sguardo. La ragazza mi stava guardando, e mi sorrideva con tenerezza.
- Vuoi qualcosa da mangiare? - Mi chiese reclinando leggermente la testa di lato, come fanno i bambini. - Non fa bene bere a stomaco vuoto.
- No, grazie, non ho fame.
Lei mi guardò aggrottando la fronte, ma senza smettere di sorridere.
- Lasciami indovinare, - disse incrociando le braccia. - Lei deve avertela fatta molto brutta, vero?
E cosa ne sapeva questa ragazza, che c’era una “lei” e di cosa mi aveva fatto?
- Quando un uomo ha l’espressione confusa che hai tu e beve senza neppure rendersi conto di cos’ha nel bicchiere, - aggiunse come se mi avesse letto nel pensiero, - c’è sempre di mezzo una donna. - Annuii tristemente. - Avanti, ti porto qualcosa da mangiare. Vedrai che poi ti sentirai meglio. E poi hai l’aria di uno che non ha ancora cenato.
Ero troppo stanco e troppo debole per protestare; così lasciai che si prendesse cura di me. Pochi minuti più tardi mi portò un piatto d’arrosto e patate che, in effetti, aveva un profumo delizioso.
- Ecco, mia mamma l’ha appena tolto dal forno. Ti piacerà, vedrai.
E in effetti come cominciai a mangiare mi accorsi che non era solo buonissimo, ma che avevo anche una fame da lupi. Sbirciai l’orologio: era mezzanotte passata ! Avevo girato a vuoto per più di quattro ore. Per fortuna che avevo trovato quel bar...
Una volta finito l’arrosto, cominciai a sentirmi meglio. Mi accesi una sigaretta e mi voltai per osservare meglio il locale in cui ero capitato. Solo in quel momento mi resi conto di essere l’unico cliente.
- Fai sempre questo pienone, di sera? - Chiesi scherzosamente alla ragazza. Lei scrollò le spalle e ricominciò a sistemare i bicchieri.
- Che vuoi, la gente sta più volentieri a casa. Questo è un paese piccolo, hanno tutti famiglia, preferiscono passare la serata a giocare con i figli piuttosto che venire a perdere tempo in un bar...
Il sentir parlare di figli e di famiglia mi riportò immediatamente il pensiero a Lucia. Aggrottai la fronte e spensi nervosamente la sigaretta, per poi accenderne un’altra subito dopo.
- Che c’è? - Domandò la ragazza.
Normalmente, mi avrebbe infastidito il fatto che qualcuno volesse farsi i fatti miei, e certo non mi sarei messo a raccontare i miei guai alla prima venuta; ma quella ragazza era stata così gentile, e più che da curiosità sembrava essere spinta da genuina preoccupazione.
In pochi minuti, le raccontai tutto. Alla fine, mi sentii stranamente liberato, sollevato di aver potuto condividere la mia pena con un altro essere umano. Certo anche lei avrebbe capito il terribile conflitto che mi stava lacerando...
- Scusa, ma dov’è il problema? - Mi chiese candidamente.
La guardai spalancando gli occhi.
- Come qual è il problema! Quel bambino non è mio!
Lei mi guardò un po’ perplessa, come se fosse rimasta delusa dalla mia risposta.
- E cosa cambia? I bambini non appartengono a nessuno, comunque... Non sarebbe tuo nemmeno se lo avessi generato tu. Tu lo puoi allevare, educare, ma lui, o lei, non sarà mai una cosa tua. Sarà una persona che avrà la sua vita, le sue idee, la sua anima. Che importanza vuoi che abbia da che seme è nato? L’unica cosa veramente importante è l’amore che potrai dargli.
La fissai allibito. Da cosa mai poteva derivare tanta saggezza in una ragazza così giovane? E perché non riuscivo a trovare niente da controbattere?
- Dimmi una cosa, in tutta onestà, - le chiesi infine. - Se tu fossi in Lucia, avresti il coraggio di chiedermi quello che mi chiede lei?
Lei mi sorrise e mi rispose con un’altra domanda.
- E tu, avresti davvero il coraggio di abbandonare la donna che dici di amare? Di far pagare a un bambino una colpa che lui non ha? Di privare una creatura innocente di un padre solo perché ti senti ferito nell’orgoglio?
- Non sarebbe certo mia la colpa se il bambino cresce senza padre!
- No, ma davvero ti sentiresti a posto con la tua coscienza, sapendo che potresti rimediare a un torto?
- Ma quale torto!?
- Quello di un figlio che cresce senza l’amore di una famiglia che lo ama. Non ti sembra un torto sufficiente? Chi sa che cosa potrebbe succedergli, crescendo senza il tuo amore... E al contrario, hai idea del bene che potresti fare, amandolo?
Non trovai parole per risponderle. Abbassai lo sguardo, in silenzio. Certo faceva presto a parlare, quella ragazzina... me la immaginai, nella sua cucina piena di calore, mentre il padre orgoglioso la ammirava aiutare la mamma a sfornare l’arrosto...
Uscii dal bar in piena notte, ancora più confuso. Ora la testa aveva preso a farmi male, oltre che a girarmi. Salii in macchina e percorsi solo poche centinaia di metri, prima di dovermi fermare di nuovo. Era così buio tutt’intorno, che non riuscivo nemmeno a capire in che direzione avrei dovuto proseguire per tornare verso la città.
E mi sentivo esausto, completamente spossato, senza forze. Continuare a guidare in quelle condizioni sarebbe stato anche pericoloso. Mi assicurai che le portiere fosse chiuse e mi concessi qualche minuto di riposo. Lentamente, quasi senza accorgermene, scivolai in un sonno profondo, mentre le parole della ragazza del bar si confondevano a quelle di Lucia e i loro volti si sovrapponevano...
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