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Provai l’impulso di dargli uno schiaffo. - Come non ha importanza! Ma scusa, tu perché stai con me? Sei innamorato di me, o ti interessa solo quello che vedi? Mi porti fuori perché fai bella figura a presentarmi ai tuoi amici, a fare vedere che vai in giro con una famosa fotomodella, o ti fa piacere la mia compagnia?
Mi guardò scrollando le spalle, come se proprio non gli interessasse una sola parola di quello che stavo dicendo. Che essere insipido...
- Mario, dimmi una cosa... ma sei io fossi bruttina, tu saresti lo stesso qui con me?
Mi guardò senza capire. - No, che non ci sarei, mi sembra logico.
- No, forse è ovvio, ma non è logico.
- E che differenza c’è? Adesso, cos’è, fai la saputella? Vuoi insegnarmi l’italiano? Uhm, non ti ci vedo, a fare la maestrina... - mi schernì.
Il suo sarcasmo mi mandò fuori dai gangheri. Mi ficcai sotto le coperte e cercai di dormire, voltandogli le spalle. Avrei voluto dirgli di andarsene, ma in fondo Mario non mi aveva fatto niente che potesse giustificare il buttarlo fuori di casa. Non era colpa sua se io mi ero illusa di aver trovato una persona che mi amasse per quello che ero, e non solo per come apparivo, e invece mi ero sbagliata. Non gli interessava proprio, sapere di me, andare oltre a quello che appariva.
Mario se ne andò via verso le nove del mattino seguente. Si alzò senza dire niente, io feci finta di dormire, lui si vestì e pochi minuti più tardi sentii la porta d’ingresso chiudersi alle sue spalle.
Mi sentivo tristissima. L’idea di alzarmi, vestirmi, mettermi di fronte alla macchina fotografica e sorridere come se fossi la persona più appagata della terra, mi deprimeva. Sentii una lacrima scendermi lungo la guancia e cadere sul cuscino.
Desideravo tanto incontrare un ragazzo a cui piacere per com’ero davvero... ma perché tutti si limitavano a guardarmi solo da fuori? Ero davvero così poco interessante, dentro?
Per la prima volte nella mia carriera di fotomodella, decisi di non andare a lavorare. Mi sarei data malata, avrei inventato una scusa. Allungai una mano per telefonare alo studio fotografico, ma prima che potessi afferrare il ricevitore, il telefono squillò, facendomi sobbalzare.
- Pronto, - dissi con tono sconsolato.
- La signorina Esposti?
- Chi parla? - Chiesi controvoglia.
- Buongiorno signorina, sono Claudio Rossi, delle Assicurazioni Internazionali. Vorrei illustrarle alcune nostre polizze molti vantaggiose. Lei ha già un’assicurazione sulla vita? Ha mai pensato a un’integrazione volontaria per la sua pensione...
Oh, no, mi dissi. Non adesso...
- Mi scusi, ma non è il momento.
La voce tacque un istante, poi disse: - Mi scusi, non volevo disturbarla. Forse posso richiamarla in un altro momento.
- Ecco, sì... chiami in un altro momento. - Povero signor Rossi, pensai. In fondo lui stava solo facendo il suo lavoro. Non era giusto sfogare il mio malumore con lui. - Mi scusi, non volevo essere scortese... - Aggiunsi subito.
- No, mi scusi lei. So che è un approccio invadente, ma è il mio lavoro... la direzione ci passa dei nominativi da chiamare e noi agenti eseguiamo... Mi rendo conto che a volte, non tutti hanno voglia di parlare.
- No, non si tratta di quello... - Mi sentivo un po’ sciocca, a sfogarmi con quello sconosciuto, ma lui mi stava ascoltando. - Capita anche a me, di aver voglia di parlare, ma che alla gente non interessi quello che sto dicendo... - Dissi pensando a Mario.
- Ah, non lo dica a me! Sembra che la maggior parte delle persone abbiano perduto la voglia di comunicare, anche solo di scambiarsi due parole, come stiamo facendo noi adesso.
- Sì, - gli feci eco, più parlando a me stessa che a lui, - è come se aprirsi, confidarsi, fosse diventata una cosa da evitare, sciocca, inutile. Invece è così bello poter esprimere quello che si ha dentro... - Mi resi conto che gli stavo parlando come se fossimo vecchi amici. Mi ripresi e assunsi un tono più formale. - Ma mi perdoni, io la sto trattenendo. E’ buffo, lei ha telefonato per vendermi un’assicurazione, e io le sto parlando come se fosse il “telefono amico”!
- Non si scusi, la prego... Mi ha fatto piacere parlare con lei, anche perché... Sarò presuntuoso, ma lei mi sembra un po’ triste, e anche se non la conosco, mi dispiace che si senta così, nessuno dovrebbe sentirsi triste.
- Lei è una persona molto gentile, signor... Non mi ricordo il suo nome, scusi.
- Rossi. Claudio, anzi. Io sono avvantaggiato, so che lei si chiama Gianna, ho il suo nome proprio qui di fronte.
- Sì, esatto, Gianna... Le sembrerà sciocco, ma... mi ha fatto bene parlare con lei. La ringrazio.
- Sono contento, signorina. Le auguro una buona giornata. Ma che sia buona davvero.
Ci salutammo. Una volta posato il ricevitore, mi sentii meglio. Quella telefonata mi aveva riportato alla realtà.
Il mondo non è popolato dai buoni e dai cattivi, non è solo gioia o solo dolore, pensai. Il mondo è fatto da un’infinita successione di attimi e di sensazioni, alcune piacevoli, altre meno. Io non avevo nessun reale motivo per sentirmi triste. Ero giovane, bella, intelligente, piena di salute. Avevo una casa, un lavoro, una famiglia, anche se ormai i miei genitori li vedevo poco, da quando mi ero trasferita a Milano. Quindi non era giusto che rimanessi a letto a compiangermi. Se a Mario non importava niente di me come persona, peggio per lui, prima o poi avrei trovato qualcuno da amare davvero, di un amore profondo e sincero, che andasse al di là delle apparenze fisiche.
Mi feci una doccia, mi vestii e andai allo studio. Parlai brevemente con Mario, e gli dissi che era tutto finito tra noi. Non sembrò né particolarmente sorpreso, né deluso. Questa volta fui io a scrollare le spalle, dirigendomi verso il camerino per il trucco.
Mi dedicai completamente al lavoro per tutta la giornata. Prima di tornare a casa, passai a fare la spesa, concedendomi per una volta un po’ di capricci, un piccolo peccato di gola forse mi avrebbe male al fisico, ma tanto bene allo spirito, e noleggiai anche un bel film romantico.
Cercai di non pensare a Mario, a tutti quelli come lui. Sapevo che il destino aveva in serbo qualcosa di migliore per me, sentivo che da qualche parte doveva esserci un uomo che mi avrebbe amato davvero, era solo questione di tempo. E forse, anche di un pizzico di fortuna...
Fu mentre stavo fantasticando con la mente che suonò il telefono. Guardai l’orologio: le nove. Risposi sperando che non fosse lo studio che mi avvertiva di essere al lavoro troppo presto, la mattina seguente.
- Signorina Gianna?
Non riconobbi subito la voce. - Chi parla? - Chiesi.
- Sono Claudio... l’assicuratore... la disturbo? Volevo sapere come stava... mi era sembrata talmente giù di morale stamattina... L’ho pensata tutto il giorno, e... Mi era venuta voglia di chiamarla. Ho fatto male?
Ero stranamente felice di sentirlo. Un po’ sorpresa, ma contenta.
- No, ha fatto benissimo. E no, non mi ha disturbata. Anzi, apprezzo tantissimo il suo gesto! E lei come sta, ha passato una buona giornata? Ha venduto qualche polizza, o a trovato solo persone che le hanno fatto perdere tempo, come me? - Dissi scherzando, con un sorriso che Claudio non poteva vedere, ma sicuramente intuiva.
- Ehi, sento che è di buon umore! Se mi dice che il merito è mio, le rispondo che è stata una giornata magnifica, perché ho fatto qualcosa di buono: ho reso felice una donna!
Scoppiai a ridere. Rimanemmo al telefono per più di mezz’ora, parlando di tante cose, alcune superficiali, alcune più personali.
- Senti, Gianna, ora devo andare... Posso chiamarti ancora domani sera? Mi piace tantissimo parlare con te.
Ormai eravamo passati al “tu”.
- Certo, volentieri, - risposi senza neppure rifletterci un istante.
Più tardi pensai alla stranezza della situazione.
Le telefonate di Claudio diventarono in breve un appuntamento piacevole, quasi irrinunciabile. Lui mi chiamava praticamente tutti i giorni. Parlavamo di tante cose, di cosa ci piaceva, della nostra infanzia, di letteratura. Non gli dissi che facevo la fotomodella, quando mi chiese del mio lavoro, risposi evasivamente, dicendo che lavoravo in uno studio fotografico, ma che non mi andava di parlare di lavoro, e lui non insistette.
Era fantastico, avere una persona che mi cercava solo per quello che pensavo, che dicevo, che sentivo! Non mi aveva mai chiesto come fossi fisicamente, aveva solo voluto sapere la mia età, e lui mi aveva detto di avere trentacinque anni. Avrei potuto essere la ragazza più brutta della terra, ma per lui non ero insignificante, a lui piacevo io, gli interessava la mia bellezza interiore! Non mi ero mai sentita così apprezzata, coccolata, amata, anche se capisco che “amata” è un termine un po’ strano, se si pensa che lui nemmeno mi conosceva... Ma che importanza aveva, lui conosceva di me più di quanto conoscesse qualsiasi altro essere umano, e mi amava così com’ero, per come ero.
Fui io a chiedergli di incontrarlo. Forse prima o poi l’avrebbe fatto anche lui, ma io mi sentivo talmente innamorata, non potevo più aspettare. Non mi interessava affatto come sarebbe stato fisicamente di persona, ma provavo il desiderio di baciarlo, di stringerlo, di fare l’amore con lui. Ma quando glielo proposi, un sabato mattina, non mi sembrò entusiasta dell’idea.
- Sei sicura di volermi incontrare, Gianna? Perché?
- Ormai il nostro non è più un gioco, Claudio. Io ti amo. Voglio stare con te, voglio vivere davvero tutte le cose che ci siamo detti.
- Ma tu come fai a dire che mi ami?
Mi deluse un po’ la sua domanda. - Lo dico perché lo sento, perché lo so. Ma perché, tu non... tu non mi ami?
- Sì, Gianna, ti amo anch’io, ma... forse sono un po’ più cinico di te... ho paura che le cose non siano sempre belle, nelle realtà della vita, come lo sono nei sogni, tutto qui.
Pensai che temesse che io fossi davvero brutta, orribile, disumana. Decisi di metterlo alla prova.
- Se io fossi un ragazza dall’aspetto... diciamo non bellissimo, farebbe differenza, per te? E’ questo che temi? Che io non sia abbastanza gradevole?
- No, Gianna, non mi interessa! Mi hai detto di essere un tipo qualunque, hai due gambe, due braccia, come tutti, cosa vuoi che mi interessi se hai il naso a patata o i denti storti? Non mi riferivo a quello.
- E allora? Non starai mica per dirmi che sei sposato con tre bambini, no? Mi hai detto che vivi da solo...
- Sì, Gianna vivo da solo, - confermò dopo un attimo di silenzio.
- Allora, perché non ti va di vedermi?
Ancora silenzio. - Va bene. Ci troviamo alle tre... fammi pensare... Conosci il Bar Biffi, all’angolo di Corso Magenta?
Ci vado ogni domenica a fare colazione, mi dissi con un tuffo al cuore. Forse l’avevo già visto, il mio assicuratore sconosciuto...
- Sì, lo conosco. Sarò lì alle tre. Indosserò un abito rosso, così non potrai sbagliarti.
- A più tardi, allora.
Misi giù il ricevitore che quasi tremavo dall’emozione.
Alle tre meno cinque entrai al Bar Biffi. Andai alla cassa, feci lo scontrino per un caffè. Mi avvicinai al banco, e appena ebbi finito di parlare con il barista, sentii la voce dietro di me.
- Gianna?
Mi voltai lentamente. Sapevo che era lui, non ero tanto incuriosita quanto ansiosa. Nel voltarmi, mi portai le mani al viso abbassandolo, per togliermi gli occhiali da sole scurissimi che mi celavano lo sguardo. Quindi per guardarlo dovetti sollevare il volto.
Rimasi letteralmente senza fiato.
Di fronte a me c’era un ragazzo alto almeno mezza spanna più di me. Aveva i capelli neri, corvini, leggermente ondulati. Gli occhi erano verdi, spiccavano come due smeraldi sulla carnagione olivastra, naturalmente scura del viso. Gli angoli della bocca erano leggermente piegati in un sorriso, accattivante ma dolcissimo, che esprimeva il mio stesso stupore.
CONTINUA...
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